Una santità per tutti i tempi

I santi di tutti i tempi cambiano il mondo Benedetto XVI

Carissimi fratelli e sorelle,

non nascondo la mia gioia di essere qui questa sera a Ferrara invitato dai Padri Carmelitani Scalzi e dal Centro Culturale l’Umana Avventura, nel quadro dei preparativi per il VII Incontro Mondiale della Famiglia che si terrà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno 2012 e che vedrà come partecipanti d’eccezione l’Urna delle reliquie dei Beati Coniugi Luigi e Zelia Martin, “genitori senza eguali” per usare l’espressione della loro figlia più piccola: Santa Teresa di Gesù Bambino.

Sono stato invitato come Prefetto Emerito della Congregazione dei Santi, per aver seguito molto da vicino e con vero interesse il Processo Super Miro, la guarigione miracolosa del piccolo Pietro Schilirò che ha elevato agli onori degli altari i Coniugi Martin. Una Beatificazione che ho presieduto come legato pontificio a Lisieux in un’indimenticabile 19 ottobre 2008 di cui mi è sempre grato il ricordo.

Presento quindi con molto piacere il libro di Jean Clapier: Luigi e Zelia Martin, una santità per tutti i tempi. Edito da Punto Famiglia nella Collana Percorsi di santità coniugale.

Un libro che - dico subito - mi sta a cuore e ancor più ne incoraggio la sua lettura. Vi assicuro che libri che hanno come soggetto una coppia di coniugi nel campo dell’agiografia, con i tempi che corrono, sono piuttosto insoliti se non addirittura rari, non perché la santità nella chiesa sia l’eccezione, ma perché si tratta della santità di una coppia di sposi e di genitori che hanno generato e educato santi. Il Matrimonio per Luigi e Zelia fu l’occasione di partenza di un’ascesa più ardente e tanto più eccezionale perché fatta a due. “I nostri sentimenti - afferma Zelia - sono stati sempre all’unisono”. (lettera alla figlia Paolina del 1877).

L’Edizione italiana del libro è preceduta da un’ampia prefazione fatta da un mio carissimo confratello Sua Eminenza il Card. Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia. Leggendola si comprende subito che questo testo riveste un interesse notevole per il tema che tratta: la famiglia e la sua vocazione alla santità. Il Card. Antonelli, afferma citando la Lumen Gentium che “La santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano” (LG, 40). Proprio per questo il libro del Clapier si riveste di grande attualità. Con gioia, assieme a Lui, lo deponiamo nel cuore delle coppie che vogliono avere una buona compagnia nel portare avanti, spesse volte con fatica, la loro missione coniugale” (Dalla Prefazione).

Il testo è una vera sfida rivolta a sposi, educatori, fidanzati e figli offrendo all’intero universo con cui si compone una famiglia una vera e propria “storia” appassionante di un’esperienza coniugale e familiare che nell’ordinarietà di una vita semplice ha messo Dio non solo al centro di tutta la loro esistenza, ma al “primo posto”. Servire Dio, mettersi al suo servizio in ogni ambito della vita era una prerogativa che Luigi Martin ha inciso nei membri della sua famiglia, generando una vera e propria santità cristiana laicale come coppia e come famiglia.

L’autore, analizza il percorso umano, cristiano e spirituale della coppia Martin, attingendo in modo attento e sapiente alla documentazione speciale dei testi del processo per la loro Canonizzazione. L’aver investigato a fondo questi formidabili documenti pone questa nuovissima biografia teologico spirituale tra i primissimi libri che affrontano in modo completo ed esaustivo l’intero itinerario coniugale di Luigi e Zelia. Acuta l’osservazione dell’autore che cito: “Il fatto che Luigi e Zelia siano i genitori di santa Teresa di Gesù Bambino non deve mettere in ombra la singolarità del loro percorso e l’originalità della loro santità. La loro vita merita d’essere conosciuta e apprezzata per se stessa, a prescindere da Teresa. Possiede l’enorme vantaggio di essere la testimonianza di una santità laicale cristiana, vissuta nel quotidiano con le gioie e le pene, i successi e le prove che costituiscono il bagaglio di ogni esistenza umana”.

Fatto che mi ha sorpreso non poco, è l’aver costatato come il Clapier abbia tracciato questo particolareggiato ritratto della famiglia di Teresa quasi illustrando il tema del VII Incontro Mondiale della Famiglia e cioè: La Famiglia, lavoro e festa, anzi mostrando come questa coppia di sposi dell’ottocento possano essere considerati modelli per la qualità e lo spessore con cui si sono immersi, non senza spirito di sacrificio e di abnegazione evangelica, nella vita ecclesiale e sociale del loro tempo con gusto e passione. Una famiglia che ha generato e amato la vita, che ha vissuto con fede le prove che hanno costellato la loro esistenza, bene inserita nella società della piccola cittadina di Alençon, dando lavoro, con la piccola fabbrica a conduzione domestica del Punto d’Alençon, ma ancor più lavorando onestamente con competenza e professionalità senza confusione e rivendicazioni di ruoli e mai a scapito dei figli o della relazione interpersonale tra gli sposi. Ma sempre amando in tutto il primato di Dio: scrive Zelia a proposito del lavoro: “la domenica non posso viaggiare per tutta la mattinata, sarebbe cosa contraria ai miei principi, perché trovo che si deve fare una grande attenzione a non cooperare al lavoro di domenica… e per poter partire di domenica, da otto giorni lavoro fino a mezzanotte” (Lettera del 1871).

Nei confronti del benessere che si gode in casa, Zelia scrive alla cognata cosa pensa del precetto festivo di non lavorare e di santificare le feste: “Ecco un uomo - mio marito - che non ha mai tentato di fare fortuna; quando ha cominciato il suo commercio, il suo confessore gli diceva di aprire la sua oreficeria alla domenica, sino a mezzogiorno. Non ha voluto accettare il permesso, preferendo perdere delle belle vendite. E nonostante tutto, eccolo ricco. Non posso attribuire l’agiatezza di cui gode ad altra cosa che a una benedizione speciale, frutto della sua fedele osservanza della domenica.

Per quanto riguarda la festa in casa Martin cito questo brano di Storia di un’anima, l’autobiografia di Santa Teresa di Gesù Bambino: “Le feste! Quanti ricordi, in questa parola! Le feste, le amavo tanto! Amavo soprattutto la processione del Santissimo [Sacramento]. Le feste! Ah, se quelle grandi erano rare, ogni settimana ne conduceva una molto cara al mio cuore: la Domenica! Che giornata era la Domenica! Era la festa di Dio, la festa del riposo. Tutta la famiglia partiva per la Messa. Lungo tutto il cammino, e perfino in chiesa, la reginetta di Papà gli dava la mano, e aveva posto accanto a lui” (Manoscritto A, 17r/v”.

E ancora: “Che potrò dire delle veglie d’inverno, soprattutto di quelle domenicali? Com’era dolce per me, dopo la partita a dama, stare seduta con Celina sulle ginocchia di Papà. Dopo, salivamo per fare la preghiera in comune, e la minuscola regina era sola accanto al suo re: non aveva che da guardarlo per sapere come pregano i santi…” (Manoscritto A, 18r).

Il Clapier nella sua indagine mette in risalto quella santità specifica che oggi è forse meno evidente e scontata: la santità propria dell’esperienza coniugale, la cui caratteristica è proprio di essere vissuta insieme.

Certo, non siamo ancora del tutto abituati a pensare, nonostante il valore che ha il sacramento del matrimonio tra i cristiani, alla santità di una coppia. Ma come il Concilio Vaticano II ha spiegato, attingendo alla Rivelazione e alla Tradizione viva della Chiesa, “tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (Lumen Gentium, 40), dunque “È ora di ri-proporre a tutti, con convinzione, questa misura alta della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie deve portare in questa direzione” (Giovanni Paolo II, NMI, 31).

La difficoltà che s’incontra oggi a vivere le promesse del matrimonio è generata dalla convinzione generale che debba essere l’altro a compiere tale promessa.

L’uomo può amare in due modi:

1) Prescindendo da Dio, e perciò su un piano puramente umano. In questa dimensione il motivo che lo determina ad amare l’altro è l’altro stesso il quale - per perfetto che sia - è sempre una creatura. Un tale amore sarà perciò fatalmente legato alle doti umane dell’altro e limitato a una dimensione creata di felicità.

2) Se invece l’uomo ama Dio, vedrà nell’altro «Dio da amare» e l’amerà con lo stesso amore con cui ama Dio. Allora il suo amore per l’altro non sarà condizionato dalle doti umane dell’altro, né teso a procurarle una felicità puramente terrena, ma legato all’amore che egli porta a Dio stesso e teso al suo compimento eterno.

La coppia Martin, da come si evince dalla loro esperienza, ci insegna una verità fondamentale e cioè che un IO e un TU umano, limitati, suscita nell’altro un desiderio infinito e in questa esperienza si chiarisce a entrambi la propria vocazione perché non c’è sollecitazione più forte alla felicità per il proprio IO che il TU della persona amata.

L’equivoco grande che getta in confusione il nostro mondo è che l’amore sia scambiarsi qualcosa, fossero anche le qualità, le capacità e le doti… che l’altro possiede, mentre l’amore è la promessa di eternità, di infinito, per il quale cuore dell’uomo sa di essere fatto.

Zelia e Luigi lo sanno, tutto questo per loro è espresso da una parola che per molti è vuota CIELO, mentre per loro significava vivere il proprio reciproco amore educandolo e educandosi per il CIELO cioè, per l’infinito, per l’eternità. Solo in un orizzonte di un amore più grande, l’amore non si usura, non s’intristisce, non degenera in pretese e rivendicazioni nella rassegnazione. Ma gli sposi camminano insieme verso un compimento unico per entrambi, camminano verso una pienezza, il CIELO, della quale l’altro, il marito o la moglie è segno.

Anche i figli sono stati cresciuti nella prospettiva che il loro destino era il CIELO. Alla figlia Paolina la mamma scrive qualche mese prima della morte: “da quando abbiamo avuto i nostri figli (…), non vivevamo più che per loro, questa era la nostra felicità e non l’abbiamo mai trovata se non in loro. Insomma, tutto ci riusciva facilissimo, il mondo non ci era più di peso. Per me era il grande compenso, perciò desideravo di averne molti, per allevarli per il Cielo” (alla figlia Paolina 1877).

Teresa di Gesù Bambino, sempre in Storia di un’anima, lascia trasparire la bellezza della relazione coniugale del papà e della mamma: “Il Signore mi ha dato un padre e una madre più degni del cielo che della terra… Ho avuto la felicità di appartenere a genitori senza eguali… Dio mi ha fatto nascere in una terra santa… dal profumo verginale”.

Un amore coniugale, un amore di terra, terreno, quello di Luigi e Zelia, di carne diremmo noi, ma santo non solo perché fedeli ai comandamenti del Signore ma santo perché il riferimento o meglio il compimento delle loro aspirazioni non era posto non le loro qualità umane, ma in Cristo. Quindi un amore carnale ma incomparabile, senza eguali, addirittura per TERESA dal profumo VERGINALE perché lo misurava sulla santità, non sulle doti dei suoi genitori.

Intuizione geniale, dove Santa Teresa di Gesù Bambino, ora Dottore della Chiesa, ha l’audacia interpretare quell’amore come amore verginale e non amore casto, termine forse più adeguato per descrivere l’amore di una coppia di sposi. Qui Teresa forse ci offre qualcosa di nuovo, certamente da approfondire, circa il rapporto tra matrimonio e verginità. 

Ho ritrovato lo stesso accento in un’interessante conferenza di Don Julian Carron, pronunciata al Family Happening di Verona, dove a proposito della famiglia afferma: “Occorre un nuovo inizio. Occorre l’orizzonte di un amore più grande. Perché senza amare Cristo più della persona amata, questo rapporto avvizzisce”.

E poi afferma: “La vocazione alla verginità è strettamente collegata alla vocazione al matrimonio. Rispondendo alla loro chiamata i vergini gridano agli sposati la verità del loro amore… Il possesso vero… è un possesso con un distacco dentro”.

Per Carron, come per Teresa: “La verginità è… la radice della possibilità di vivere il matrimonio senza pretesa e senza inganni… in forza di questa testimonianza, la verginità tiene viva nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e da ogni impoverimento… infatti, il culmine del loro rapporto, (di ogni coppia come lo è stato per i Martin) il momento culminante del loro rapporto è là dove si sacrificano, non là dove esprimono il loro possesso”.

È interessante e sorprendente che Teresa vergine abbia colto la dimensione del compimento infinito nel “profumo verginale” dell’esperienza coniugale dei suoi genitori.

Allora grazie al Concilio Vaticano II, alla Christifideles Laici, alla Familiaris Consortio senza dimenticare - come opportunamente rileva il Clapier: leggo:

“L’intervento più decisivo sul piano magisteriale e della riflessione teologica è, senza dubbio, da attribuire agli insegnamenti di Papa Giovanni Paolo II agli inizi degli anni 80, che hanno portato la Chiesa cattolica a una rivalutazione fondamentale e sicuramente positiva della realtà della vita coniugale e della sessualità. Giovanni Paolo II utilizzò un linguaggio innovatore e una visione inedita. Con argomentazioni fondate sulle Scritture e pur ricorrendo alla tradizione teologica e alla filosofia personalista contemporanea, osò parlare molto concretamente di una «teologia del corpo» e anche di una «liturgia dei corpi», senza esitare a rilevare «la dimensione mistica del linguaggio dei corpi» nel contesto della vita coniugale. Giunse finalmente a riconciliare sessualità e santità: due termini a lungo percepiti come antagonisti. Alla luce della rivelazione biblica, Giovanni Paolo II li considera in una visione della vocazione coniugale totalmente integrata nell’eminente disegno creatore di Dio. Il suo insegnamento, purtroppo ancora poco conosciuto, resta ampiamente da scoprire e da far conoscere, a cominciare dai cristiani”.

Non possiamo però passare sotto silenzio l’acuto contributo che Benedetto XVI ha dato alle considerazioni magisteriali di Giovanni Paolo II con la Lettera Enciclica Deus Caritas est, dove “La parola ‘amore’ oggi è così sciupata, consumata, abusata” invita tutti sposi compresi a “riprenderla, purificarla e riportarla al suo splendore originario...”.

Il volume del Clapier ha il vanto di rileggere l’intera vicenda di questi coniugi, genitori, educatori di cinque dei nove figli, quattro morti in tenera età, piccoli imprenditori borghesi, impegnati nell’associazionismo cattolico del tempo; generosi sostegni di molte famiglie provate dalla povertà; fedeli che si sono santificati fra le mura e le attività domestiche.

Circa la carità di questi coniugi mi piace citare un passo che la mamma scrive alla secondogenita Paolina: “Ti ho già parlato di un pover’uomo che conosciamo dalla primavera e che era nella più profonda miseria (…). Tuo padre l’aveva notato alla porta dell’Hôtel di Francia, (…). Io poi ho voluto saperne di più, a mia volta ho avvicinato il buon uomo, l’ho condotto a casa nostra e interrogato. Ho scoperto allora che era pressa poco rimbambito e che sopravviveva senza soccorsi. L’ho pregato di venire qua tutte le volte che avesse bisogno di qualche cosa, ma non è mai venuto. Finalmente, al principio dell’inverno, tuo padre lo incontra una domenica che faceva molto freddo: aveva i piedi nudi e batteva i denti. Vinto dalla pietà per quel disgraziato, ha cominciato ogni sorta di pratiche per farlo entrare all’Ospizio. Quanti passi ha fatto e quante lettere ha scritto per avere il suo estratto di battesimo! e quante petizioni! Ma tutto senza risultato perché si è scoperto che il buon uomo aveva soltanto sessantasette anni, tre di meno dell’età richiesta. Tuttavia tuo padre non si è dato per vinto: aveva a cuore questa questione ed ha puntato di nuovo tutte le sue batterie per farlo entrare agli Invalidi. Il poveretto ha un’ernia, ma di solito non si è ricevuti per così poco ed io non speravo nulla. Finalmente vi è entrato mercoledì scorso, contro ogni speranza. Tuo padre è andato a snidarlo nella sua capanna martedì sera e l’indomani mattina l’ha sistemato. Ha riveduto oggi il vecchio che piangeva per la gioia di trovarsi così perfettamente felice; nonostante la sua mente indebolita, si sforzava di ringraziare e di dimostrare la sua riconoscenza”.

È nella famiglia che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre, della madre, dei figli, di tutti i membri della famiglia, “col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione evangelica e la carità operosa” (Lumen Gentium, 10). Alla scuola dell’insegnamento della Chiesa la famiglia Martin diventa così la prima scuola di vita cristiana e “scuola di arricchimento umano” (Gaudium et Spes 52, § 1).

È sempre all’interno della “famiglia che si apprendono la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1656-1657).

Quale santità per la sessualità, il lavoro e i soldi? Questi sono gli interrogativi cui il Clapier risponde scrutando ogni aspetto della vita coniugale dei Martin. Dall’infanzia, agli anni giovanili, alla ricerca non sempre facile della propria vocazione. Indaga a fondo anche gli aspetti della loro professione nell’apprendistato di un lavoro, lei come abilissima merlettaia e lui come orologiaio; poi l’inserimento in attività caritatevoli e sociali per Luigi, Zelia come terziaria francescana e consorella in diverse confraternite.

Un provvidenziale incontro, un breve fidanzamento segna l’inizio di una nuova tappa del loro percorso di ricerca che sfocia nelle nozze; poi la costruzione dell’edificio materiale e spirituale della casa che presto si allieterà per la nascita dei figli, nove, ma che conoscerà il dolore della malattia, della sofferenza e della morte, ai lutti per la perdita di parenti e dei genitori, quella di quattro figlioletti tra cui Elena di cinque anni e mezzo. Le preoccupazioni per il lavoro, le relazioni sociali con il personale domestico e le lavoranti a domicilio da seguire eppure tutto questo lavoro non ha mai soffocato o messo in ombra la propria identità di famiglia cristiana.

Di tutto il libro del Clapier voglio attirare la vostra attenzione in modo particolare sul sottotitolo: Una santità per tutti i tempi cui mi piace collegare la frase che Benedetto XVI ha recentemente pronunciato durante il suo ultimo viaggio in Germania quando ha dichiarato che i santi di tutti i tempi cambiano il mondo. E tra questi santi figurano oggi in modo eminente anche questi sposi degni emuli della vita familiare di Nazareth, la famiglia di Gesù Maria e Giuseppe.

Credo che il testo sia un ottimo strumento formativo che illustra e anticipa il tema del VII Incontro Mondiale delle Famiglie.

Scrive il Pontefice: “Il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie costituisce un’occasione privilegiata per ripensare il lavoro e la festa nella prospettiva di una famiglia unita e aperta alla vita, ben inserita nella società e nella Chiesa, attenta alla qualità delle relazioni oltre che all’economia dello stesso nucleo familiare”.

Alla luce delle stesse parole del Pontefice auguro a tutti una proficua lettura ed una ancor più attenta riflessione sulla storia della famiglia di Santa Teresa di Gesù Bambino.