Elia primo monaco

Nella figura del profeta Elia si sente il fascino dell'archetipo, dell'esemplare, pronto ad obbedire al suo Dio: Egli è fuoco e acqua, zelo e misericordia, azione e contemplazione. "Unico nel tuo coraggio, possente nella tua audacia, tu corresti impavido in soccorso della verità", dice l'Ecclesiastico.

C'è in Elia qualcosa di ricco e profondo: egli, dopo la crisi del deserto, diviene l'uomo del distacco, dell'obbedienza, della purezza interiore e della preghiera.

Forte è in lui il desiderio e la speranza di vedere il suo Dio, di essere in comunione con lui, quando è afferrato dalla Carità; Carità che trabocca nello sforzo di poterla comunicare ad altri, allontanandoli dal male.

È diventato così, in un certo modo, Padre di tutto il monachesimo.

Il luogo sacro per Elia non è più al di fuori, come il tempio di Gerusalemme: il suo santuario è dentro e viene percorso interiormente; è un pellegrinaggio interiore per incontrare il Dio vivo e vero. Leggendo il testo, illuminati dall'esperienza cristiana, ci si trova bene in sintonia con la parola stessa di Gesù: "Né sul Garizim né a Gerusalemme adorerete Dio, ma il Padre si adora in spirito e verità" (Gv 4, 20-24).

Questa esperienza storica di Elia, davvero originale, per molto tempo non è stata compresa, nel secondo secolo avanti Cristo è stata ripresa in parte dagli Esseni, i membri del popolo di Israele che si ritiravano nel deserto per una vita rigorosa per aderire a Dio secondo la Torah, praticata nella comunità di Qumran. Ma è un tesoro nascosto, che va tuttora ripenetrato e riscoperto. L'esperienza monastica lo farà risorgere, di generazione in generazione. È consegnata in eredità come un mantello: il Carmelo lo ha indossato e ne ha fatto il suo baluardo, considerando Elia come capostipite di tutti i suoi figli di ogni generazione.