RELAZIONE DEI GENITORI DI PIETRO

VALTER SCHILIRÒ E ADELE LEO
Vivere con un «miracolo»

12 NOVEMBRE 2002

(Trascrizione nastro)

Premessa

Secondo San Tommaso, «miracolo è ciò che è fatto da Dio fuori dell'ordine di tutta la natura creata».

I gradi del miracolo sono definiti a secondo del modo in cui sono superate le forze della natura. Primo grado, quoad vitam, riguarda la vera risurrezione; il secondo grado, quoad subiectum, è attinente a una malattia inguaribile; il terzo grado, quoad modum, riguarda una malattia guaribile, la cui istantaneità completa è tale che non si può spiegare.

Intervista

Domanda: - Quale legame c'è fra la vostra esperienza e quella dei coniugi Martin?

Adele - Tutta la famiglia Leggendo il libro sui Martin ci è sembrato di vedere tante parti che in qualche modo somigliavano un po' alla nostra vita matrimoniale e da una parte questa cosa mi aveva proprio spaventato perché dicevo: «Insomma, loro sono proprio chiamati alla santità». Questa somiglianza mi metteva a disagio, perché io non mi sento santa. Quindi è come se mi avesse aiutato a capire che la santità non è l'essere perfetto ma stare col Signore e quindi il vederlo in loro è come se avesse reso possibile questa cosa anche per me. All'inizio, in particolare la figura di lei, mi sembrava cupa e invece poi leggendo la sua storia ci si accorge che una certa, diciamo, fermezza morale, le parole forse non sono giuste, arriva dalla mamma che aveva, dalla condizione di rigidità in cui si trovava e lo vedi anche nei lineamenti, nel volto. Questo mi faceva impressione anche perché, fino a qualche anno fa, lo stesso giudizio di serietà e di durezza me lo sentivo addosso, me lo dicevano che sembravo molto seria. Quindi anche queste cose esteriori mi colpivano perché poi, leggendo un po' del libro, non l'ho più ritrovata così seriosa come mi sembrava e siccome in parallelo c'era questa cosa che su di me era stata detta negli anni, e io non mi sentivo così seriosa come gli altri mi vedevano; quindi questa mia esperienza personale è come se mi avesse aiutato a non fermarmi all'aspetto che poteva avere distinto questa figura.

Ma tanti passaggi, della sua fatica anche nel lavoro, nel seguire la famiglia numerosa. Io non lavoro. All'inizio lavoravo, poi abbiamo scelto un'altra strada

Valter -Subito, però, questo.

Adele - Però anche la fatica del lavoro di fare la mamma con tutto quello che ne consegue, tenendo presenti anche i rapporti con la gente con incontri, quindi c'è sempre una disponibilità a stare con le persone che chiedono, che hanno bisogno.

Valter -Mi ricordo quando all'inizio, appena sposati lei ha espresso il desiderio che la nostra famiglia non restasse chiusa, che si facesse accoglienza e io le dicevo «Non preoccuparti, il mondo è pieno di bisogni; quando sarà il momento capiterà». E infatti non ha fatto tardi il Signore a farsi vivo e ci ha fatto incontrare Jasmina.

Adele - Sì, Jasmina vive con noi da tre anni e mezzo, ma frequenta la nostra casa da nove anni, da quando è arrivata in Italia dalla Bosnia.
 

Domanda: - Avevate già figli quando avete accolto Jasmina?

Adele - Sì, ne avevamo due, poi è nato Giulio nel frattempo. Marta faceva l'ultimo anno di asilo.

Domanda: - Da quando siete sposati?

Adele - Dall'86, sedici anni

Domanda: - Hai detto che trovavi un parallelismo col lavoro di Zelia?

Adele - Sì, con la sua preoccupazione nel lavoro di riuscire a stare dietro alle cose da organizzare e poi il desiderio di seguire le figlie, questa sua preoccupazione

Valter - profondamente umana, che a vederla così uno dice: che cosa c'è di tanto interessante? La quotidianità, quello che il Papa diceva anni fa, che il quotidiano deve diventare eroico

Adele - e l'eroico quotidiano.

Valter -Si vede questa cosa: come la santità passa attraverso le cose semplici della vita.

Domanda: - Adele, tu che lavoro facevi?

Adele - Io facevo l'impiegata, fino a che è nata Marta, poi abbiamo scelto di seguire la famiglia. Già in parte il desiderio di una famiglia numerosa era una cosa più o meno cosciente.

Valter -Diciamo che io ci sono stato.

Adele - Sì è vero, devo dire che tante volte lui c'è stato, al di là del comprendere

Domanda: - Quindi è partita da te lidea di dedicarti alla famiglia e di lasciar perdere il lavoro fuori.

Adele - Insieme di dedicarsi alla famiglia, su quanti figli non c'era né unidea, né una decisione, c'era una disponibilità. c'è sempre stata dallinizio una disponibilità reciproca e scelta.

Domanda: - in questa scelta, in questa disponibilità c'entrava anche la vostra scelta religiosa?

 Adele - Sì, sì, assolutamente. Anche perché diventa difficile scindere le due cose, è un tutt'uno. L'esserci sposati aveva proprio dentro questo rispondere ad una vocazione precisa. E quindi con questa apertura a quello che il Signore avrebbe voluto da noi. Poi magari nella mia mente c'era già l'idea di una famiglia numerosa, nella sua un po' meno... però lui c'è sempre stato, anche alle situazioni che poi man mano si sono presentate.
Mi viene adesso anche in mente la preoccupazione che Zelia aveva per Leonia.
Siccome fra tutti i figli c'è una situazione analoga, anche questa mi ha impressionata, perché questa tensione, questa preoccupazione per una modalità, un carattere diciamo così burrascoso, io la vivo e quindi rivedermi nelle sue lettere questa sua preoccupazione mi commuoveva perché è la stessa preoccupazione che vivo io. Ancora è piccola però? Anche questa cosa qui o altri racconti su Maria, la più grande, di cui diceva che era preoccupata che non cadesse nella vanità, sono tutte cose che io vivo e sento nella mia situazione. Mi commuovevano anche questi particolari che sono cose da niente, che possono vivere chissà quanti, però con questa preoccupazione che nessuno di loro vada perduto mi commuoveva ritrovarla lì. E un'altra cosa che un po' ci accomunava era che anche noi prima di decidere di sposarci ci eravamo messi in gioco anche sul pensare a una vita consacrata.

E, quindi chiaramente in maniera diversa rispetto alla loro perché loro l'hanno vissuta secondo il loro tempo, però tutte queste cose che prese ad una ad una sembrano insignificanti, mi avevano proprio commosso nel leggere il libro.

Domanda: - Voi avete vissuto il matrimonio come una diminuzione rispetto a questa vocazione o come una vocazione tra le altre vocazioni?

Adele - Di fondo è la stessa vocazione, la stessa valenza di vocazione. Molte volte comunque io penso che quella consacrata sia una via preferenziale, perché tanti aspetti di fatica, di contatto col mondo, questa fatica che ti ?, lì è un po' tolta. Preferenziale in questo senso, perché è più facilitato il tuo rapporto con il Signore. Qui, sotto questo aspetto è più sofferto perché hai più coinvolgimento col mondo, ci vuole più lavoro per ricondurre tutto sempre all'origine e poi una regola di vita è molto più difficile da mantenere dentro il mondo. Non che non sia possibile, però di là è più semplice, insomma, sei dentro una regolarità da seguire.

Valter - Io penso che questo cammino che abbiamo fatto non sia casuale. Il fatto che ci siamo incontrati, le cose che abbiamo vissuto? Pietro è l'ultimo, ma prima di lui abbiamo vissuto altri avvenimenti, altre esperienze nella nostra vita anche dure, forti. A parte la perdita dei genitori, dei papà, anche io nel '95 ho passato un periodo abbastanza duro per la salute e con me tutta la famiglia. E poi altri fatti, anche con amici. Non ci è stata risparmiata la fatica Certo è che credo che questo cammino, questa traccia in cui, prima di sposarci ci è stato come chiesto di verificare anche altro, un'adesione più profonda al Signore secondo me non è casuale perché il Signore ha in mente qualche cosa che per noi è misterioso ancora, attraverso i nostri figli, attraverso le persone che abbiamo incontrato o che dovremo incontrare. Secondo me credo che dovrebbe essere un po' la vocazione di tutti gli sposi, che sostanzialmente è proprio la modalità del matrimonio cristiano, che è questa verginità che è chiesta, col cuore sostanzialmente, per cui è proprio il cammino del matrimonio cristiano: l'uno per l'altro ma dentro le braccia di Cristo. È un altro che ci fa, che ci dà respiro, che ci dà la forza tutte le mattine di riconfermarci nel cammino. Questa è la vocazione cristiana di tutti gli sposi. Questo cammino lo abbiamo imparato nell'incontro con persone che ci hanno testimoniato una vita così, nell'incontro con il mio padre spirituale, che prima è stato don Sandro, un sacerdote di Sesto del movimento di CL che ci ha incontrati e seguiti fino a che poi è stato trasferito a Lecco, poi abbiamo incontrato padre Antonio, vicino al movimento ma con una vocazione diversa, che comunque ci hanno sempre testimoniato questa roba qua e lo stesso tante coppie di sposati, amici, gente del movimento che ci hanno sempre testimoniato l'appartenenza al cuore, attraverso il movimento, ma lappartenenza al cuore di Cristo
Adele - Per la nostra storia, la nostra esperienza posso dire che è fondamentale avere sempre un padre spirituale che come coppia ci ha proprio accompagnato. Questo fin da fidanzati.

Valter - Sì, sì, prima don Sandro, adesso è padre Antonio. È storia proprio. Padre Antonio è diventato nostro padre spirituale proprio perché il Signore ce l'ha messo sulla strada. Sì, perché io in parrocchia non mi trovavo, non riuscivo a far scattare l'amicizia con nessuno, che per me è fondamentale come cristiano un rapporto di amicizia profondo, perché questa è la realtà, cioè «Io vi ho considerato amici», Cristo diceva, non ci ha chiamati servi, e noi cercavamo un rapporto così. L'avevamo con questo prete, ma la distanza ci creava un problema. Andavamo al Carmelo, giravamo anche le altre chiese, ma il Carmelo era il posto che più mi attirava, forse per il fatto che ci si vive una vita consacrata non secolare, più contemplativa. In realtà a me quella che colpiva molto è sempre stata l'esperienza benedettina ed è quella che più mi sentivo vicina. L'esperienza del Carmelo era quella più vicina a questa esperienza. Un giorno sono entrato in chiesa, come adesso, e ho detto al Signore: «Signore fammi incontrare una persona da cui posso farmi accompagnare in questa vita». C'era un sacerdote seduto: era padre Antonio. Ho cominciato a raccontargli la mia esperienza. Quando sono tornato a casa ho detto a Adele: «Questo è il padre che ci deve seguire! Tu vai e vedrai». Adesso è quasi lei più dentro l'esperienza del Carmelo?

Domanda: - Quindi avete anche approfondito la spiritualità carmelitana?

Adele - Questo relativamente, perché, venendo noi dal movimento la spiritualità carmelitana l'abbiamo approfondita per quanto può essere

Valter - per osmosi, si può dire

Adele - Per l'amicizia con padre Antonio; di fatto essendo lui carmelitano ce la passa e poi quello che ho fatto è stata approfondire un po' la figura di santa Teresa, la piccola. Sulla grande (Teresa di Gesù, la spagnola) qualcosa ho letto ma non ho approfondito. Ho letto la storia della sua vita, ho letto delle cose scritte da lei, ma non ho approfondito come con Teresina, anche perché poi c'è stato il riconoscimento come dottore della chiesa, la mostra eccetera

Valter -Abbiamo lavorato molto per il meeting di Rimini per la mostra di santa Teresina e per Edith Stein. Poi ci sono stati tanti incontri: c'è un grosso interscambio di amicizia, di collaborazione, di riconoscenza, di vita spirituale che è molto vicina anche attraverso p. Antonio, che è un tipo esuberante. E ormai ci segue da vicino da parecchi anni.

Domanda: - Ed è lui che vi ha invitati a pregare i genitori di santa Teresina?

Adele e Valter -Sì, è stato proprio lui.

Valter -Sì, ci ha proprio invitati. Gli ho telefonato dicendogli la situazione e lui ci ha detto che sarebbe venuto a battezzare Pietro e lui ci invitava a pregare i genitori di santa Teresina più per consolare noi, per darci la forza di stare dietro a questo fatto che ci accadeva. Poi ci siamo affezionati a questi due qui.

Adele - All'inizio è stato soltanto iniziare la novena, per cercare la forza di vivere quello che ci succedeva. é iniziata il 3 giugno, usando la Pagellina con la preghiera della novena.

Valter -Sì, l'abbiamo distribuita a tutti senza distinzione, al lavoro, agli amici. Quanti hanno pregato, anche dove lavoro io, anche gente che io non ho vicino, come nel mio ufficio; anche gente degli altri uffici mi ha telefonato e ha pregato. Anche Adele l'ha distribuita qua, soprattutto in parrocchia dove siamo inseriti soprattutto grazie a lei.

Adele - Faccio la catechista e sono inserita nel Consiglio dell'oratorio, non nel Consiglio pastorale perché avevo proprio chiesto di essere lasciata fuori.

Valter -Partecipiamo alla vita della parrocchia sempre con questa gratuità che dobbiamo dire che abbiamo imparato nell'esperienza del Movimento, su cui don Giussani ha sempre insistito, particolarmente in questi ultimi anni, questo servizio alla Chiesa con grande passione; purtroppo a volte la stupidità dell'uomo non sempre aiuta.

Adele - All'inizio io ero disponibile a stare in quell'ambito che sembrava un po' arido, quello dell'oratorio, della parrocchia, e Valter diceva allora di fare altro, però si è sempre fidato, mi diceva: «Se per te è importante starci nonostante tutta la situazione ingarbugliata, va bene, ci sto anch'io». c'è sempre stato rispetto, un fidarsi reciproco. Se uno dei due ha delle remore rispetto a qualcosa, ma l'altro ci vede qualcosa di buono si fida dell'altro. Qui c'è solo un parroco; all'inizio, per una storia un po particolare ce l'aveva un po' con noi di CL, però devo dire che negli anni è nata un'amicizia, una stima reciproca.

Domanda: - Quindi c'è da parte vostra questa grossa coscienza di essere Chiesa, di far parte della Chiesa.

Adele - Questo sì, anche perché tutto quello che ci è accaduto non avrebbe senso senza questa prospettiva; noi da soli non siamo nulla se non nell'appartenenza.

Domanda: - Accennavate al fatto che prima del matrimonio avete fatto un'esperienza di verifica.

Adele - Abbiamo fatto un'esperienza forte di verifica se la nostra strada era proprio questa.

Valter -Quando avevamo questo prete, don Sandro, ci aveva fatto conoscere l'esperienza dei benedettini all'Isola di san Giulio sul lago d'Orta. Ci sono delle benedettine che vengono da Viboldone, dove lavoro io adesso, che ci hanno accompagnati con le loro preghiere.

Adele - Prima che nascesse Pietro ci hanno regalato la medaglietta e la madre ci aveva detto: «State tranquilli per Pietro», che detto in quel momento non aveva un motivo evidente. Quando poi è successo tutto quello che è successo, queste sue parole, che probabilmente lei ha detto senza un'intenzione precisa, mi sono tornate alla mente. Allora abbiamo attaccato al lettino, oltre all'immagine dei Martin, anche la medaglietta: sembrava un altare, cerano anche una corona che veniva da Medjugorie e una corona del Rosario.

Domanda: - Voi conoscete la preghiera collegata a questa medaglietta?

Adele - No, l'abbiamo solo attaccata. L'unica preghiera d'intercessione che abbiamo recitato è stata la novena.

Valter -Solo l'altro giorno alla televisione abbiamo sentito che la preghiera di san Benedetto è una preghiera molto forte per tenere lontano il male. Tornando al nostro argomento devo dire che quell'esperienza benedettina mi aveva colpito profondamente; in quel periodo ci siamo conosciuti e provavo un'attrazione per la vita monastica. Avevo un'altra ragazza in quel periodo, anche lei del Movimento, ma non funzionava, perché dentro di me sentivo il richiamo di qualcosa d'altro: forse non era per me l'esperienza del matrimonio.

Domanda: - L'esperienza di spiritualità forte la colleghi al momento in cui hai avuto contatto con questi benedettini.

Valter -Sì, più forte in quell'epoca lì. Con questo sacerdote si verificava tutto l'aspetto della vocazione, non ultimo anche la possibilità di farsi prete. Era un momento di grosso fervore, di grosso lavoro.

Domanda: - E l'aspetto spirituale del matrimonio ti è sembrato poi altrettanto forte nel tempo?

Valter -Sì, sì. Dopo devo dire che mi sono reso conto che questa era una preparazione, era un passaggio. Perché poi è un vestito che ho messo su benissimo; adesso se dovessi ritornare indietro lo rifarei ancora. Quello che posso vedere, guardando anche l'esperienza di altri matrimoni, è che per me, per noi è come il vino, più invecchi più diventa buono.

Domanda: - Per questo forse l'esperienza dei Martin può servirci oggi. Voi avete seguito questo invito di pregare i coniugi Martin; ci era parso di capire che avevate fatto solo una novena, nove giorni soltanto.

Adele - No, due novene. Padre Antonio la chiama novena, ma non è stata una novena in senso stretto.

Domanda: - Quindi non c'è stato un termine entro il quale doveva accadere il miracolo.

Adele - Questo no, assolutamente questo no, eravamo nella posizione dell'attesa.

Domanda: - Quindi non è stato dall'oggi al domani, c'è stato un graduale miglioramento.

Adele - No, il miglioramento è stato, oserei dire, dall'oggi al domani perché il 26 e il 27 giugno Pietro ha avuto due crisi pesanti e anche in quell'occasione ci avevano detto, il 26, che voleva dire che i suoi polmoni non reggevano più questa situazione, questo intervento del respiratore e quindi era un po il segno che lui non ce l'avrebbe fatta. Quindi ha avuto la crisi il 26 e il 27 si è ripetuta un'altra crisi, tanto che il 28 avevo paura ad entrare in ospedale, perché il 26 sono arrivata a mi hanno detto questo, il 27 sono arrivata e mi hanno detto ancora questa cosa qui. Invece il 28 la situazione non era brillante, aveva una saturazione terribile però non era peggiorato, non ha avuto una crisi. Nelle crisi si intende che il respiratore non è sufficiente a portare ossigeno quindi c'è aria libera nei polmoni, lui che non ossigena; gli avevano cambiato respiratore sperando che quello tradizionale potesse andar meglio di quello oscillatorio Facevano questi tentativi perché di fatto non potevano fare altro. Quindi, questo era successo il 26, è risuccesso il 27, il 28 è stata una situazione stazionaria, avevano lasciato la macchina tradizionale, il respiratore tradizionale, che era peggiore perché favoriva l'aria libera nei polmoni, però in quel momento era quello che lasciava delle speranze, nel senso che andava avanti a sopravvivere. Il 28 è stato così, continuavamo a guardare i livelli di saturazione in cui l'anidride era sempre più alta dell'ossigeno e quindi non ci aspettavamo assolutamente di arrivare il 29 e trovare per la prima volta da quando era nato un livello di ossigeno più basso. É passata la notte ed è successo questo. Il giorno prima era in questa situazione di sopravvivenza, che era accettabile nei limiti della sopravvivenza, ma comunque i livelli di saturazione erano proprio brutti, Cosa sia successo non lo sappiamo. Noi siamo arrivati il 29 mattina, che era un sabato, quindi c'era anche lui.

Valter -Abbiamo trovato i valori dell'ossigeno, sul respiratore artificiale, al 70%, quando prima erano sempre al 100%. Non era in crisi. Prima avevano provato tentativamente ad abbassare di un 5% per vedere se c'era qualche reazione, ma appena abbassavano un po la situazione diventava subito insostenibile. Per cui è stato più di un mese al 100%. Poi di colpo si è abbassato. Nessuno se lo sa spiegare. L'infermiera del mattino lo aveva appena aspirato, perché lui aveva queste frequenti formazioni di muco che gli impedivano di respirare, andava in asfissia. Dopo due o tre ore che il respiratore continuava a lavorare si formava questo muco che tappava il respiratore e bisognava aspirarlo, che era una cosa dolorosissima e fastidiosissima, dovevano aspirargli il naso la bocca, il polmone, fargli un lavaggio polmonare tutte le volte con il disinfettante. Cinquanta giorni tutti così, tutti i giorni. Arrivare al mattino e vederlo che aveva gli occhi fuori dalle orbite perché lo avevano appena aspirato, ci angosciava. L'infermiera, dati i precedenti e vedendo la nostra faccia, subito ci ha detto: «No, no non vi spaventate, non sta male, per me stamattina è già successo un miracolo qua». «Certo, oggi è san Pietro e Paolo». «Eh, già, è san Pietro e Paolo, non ci avevo pensato! é per quello», ci diceva scherzosamente. Da quel giorno il miglioramento è andato in crescendo, fino al 2 luglio che gli hanno tolto il respiratore.

Domanda: - Quindi a parlare di miracolo in prima battuta è stata questa infermiera.

Adele - Sì. Il 2 luglio Pietro è stato estubato. Il 3 noi abbiamo scritto, per i medici e gli infermieri, questa lettera. Fin dall'inizio al primario, quando ci ha fatto il quadro della situazione con l'esito della biopsia e ci ha detto: «Non vedo molte speranze per Pietro», noi avevamo detto: «Va bene, questo è il vostro quadro. Noi, visto che come medici non ci date molte speranze, a questo punto noi speriamo nel Signore e chiediamo il miracolo».

Domanda: - Quindi subito all'inizio avete chiesto il miracolo?

Adele - Sì, ai primi di giugno, abbiamo iniziato la novena. é stato battezzato il 3 giugno, il 4 giugno abbiamo parlato con il medico in questo modo. Perché fino a quel momento noi chiedevamo la grazia per Pietro ma non intesa come miracolo. Mentre prima pensavo fosse solo una malattia dalla quale dovesse guarire, chiaramente per volontà del Signore, in una forma diversa che se la sua situazione fosse stata inguaribile. A quel punto invece dovevamo proprio chiedere il miracolo. L'esito della biopsia ha portato proprio a chiedere una cosa diversa, che poi alla fine era sempre la guarigione di Pietro, ma in una modalità straordinaria.

Domanda: - Questa lettera l'avete scritta voi per i medici.

Adele - Sì. Dentro questa cosa qui noi volevamo proprio comunicare loro che quello che era accaduto a Pietro era un miracolo. Pur riconoscendo il loro lavoro, grandissimo, volevamo comunicare il fatto che erano stati strumenti del Signore.

Domanda: - Voi vi siete sempre rivolti ai genitori di Teresina?

Adele - Sì. Sì. Poi intorno a noi ci sono stati altri che ci dicevano: «Sì, noi facciamo questo ma chiediamo anche al nostro».

Domanda: - Ricordiamo che anche la mamma di santa Teresina andò a chiedere per se stessa un miracolo a Lourdes, ma non le fu concesso

Adele - Questa coscienza limpida, che se avesse voluto il Signore avrebbe potuto salvarlo, lasciarcelo, questa ci ha proprio accompagnato dall'inizio. Non come pretesa, ma come coscienza che in suo potere cera questo. Non sapevamo se era nella sua volontà. Diciamo che eravamo certi che avrebbe potuto. Anche nei momenti più difficili accanto a Pietro c'era comunque dentro questa speranza, non legata all'esito ma al fatto che qualcosa si poteva fare per lui e il Signore lo poteva fare. E poi l'accompagnare Pietro, essere lì con lui, oltre che con la preghiera con il canto è stata una cosa che ci ha aiutati a stare lì, perché attraverso il canto si poteva comunicare quello che c'era nel nostro cuore in una modalità già nota. Potevamo camminare dentro una strada già segnata, perché lo smarrimento di quei momenti era così grande che ci lasciava senza capacità di formulare pensieri, parole, frasi da comunicare, anche proprio a Pietro. Il desiderio era far sentire a lui che eravamo lì, perché non potevamo toccarlo, poteva sentire solo la nostra voce. Quando eravamo lì cantavamo, quando eravamo insieme, cantavamo insieme, oppure chi c'era cantava.

Domanda: - É per questo che è sempre così contento.

Valter -Ancora adesso quando gli facciamo sentire certe canzoni che gli cantavamo lui reagisce. Gli abbiamo cantato tutte le canzoni della nostra tradizione.

Adele - Partendo dai canti della nostra storia come Movimento, praticamente abbiamo ripercorso tutto il repertorio. Erano anni che non cantavo in quel modo! Erano sia italiane che straniere perché proprio nella scelta della canzone c'era quello che volevamo dire a lui.

Valter - Ci impressionava che, quando non era proprio sotto l'azione forte dei farmaci, apriva gli occhi e quando tu gli parlavi ti seguiva con occhi e ti accorgevi che aveva coscienza di essere lì. Non poteva far niente, fermo, immobile. Abbiamo poi letto quella lettera di Teresina: cosa fa il bambino? Niente. Eppure lui comunicava con noi. Non era un'impressione, perché ce lo aveva confermato una delle dottoresse: «Questo bambino ha uno sguardo così forte, che giudica così me che io non posso non fare quello che devo fare». Lui c'era.

Adele - Ci sono stati momenti in cui sembrava proprio che lui fosse stanco. Aveva proprio lo sguardo di chi diceva «Basta». Grazie a Dio non sono stati tutti i giorni. Quest'altra lettera invece l'avevamo scritta per un incontro di fraternità il 23 giugno, prima che si riprendesse. L'avevamo scritta ai nostri amici.

Valter - «Donna non piangere». Questo è il motivo con cui sono stati introdotti gli esercizi spirituali che abbiamo fatto all'inizio di quest'anno, dove don Giussani è apparso per pochi minuti.

Domanda: - Quindi voi avete aderito all'invito di p. Antonio per quanto riguarda i genitori di Teresina e poi avete iniziato a sentire questo trasporto verso i genitori.

Adele - I primi giorni no, pregavo e basta. Man mano poi è nato il bisogno di approfondire. Conoscevo loro da quello che avevo letto da Teresa.

Domanda: - Quando è avvenuto questo presunto miracolo, voi avete sentito la necessità di ringraziarli?

Adele - Quando siamo usciti dall'ospedale, prima di venire a casa abbiamo portato un mazzo di fiori all'altare, simbolico (si tratta dellaltare di Santa Teresa di Gesù Bambino della Chiesa del Carmelo di Monza, nella cui cappella sono esposti i ritratti dei suoi genitori. Nota di p. Antonio). E poi per noi il modo di ringraziare è raccontare la storia di Pietro.

Valter - Ma sapete quanta gente che ci chiede: «Ma chi sono questi Martin? Raccontateci. Cosa hanno fatto? Anche nella mia Scuola di comunità ci è stato chiesto. Questo avvenimento ha fatto conoscere tantissimo anche nel Movimento questi due, che erano degli sconosciuti, anche per me, se non dalle parole di Teresa. Quello che io mi ricordavo era lo stupore che aveva Teresa quando guardava il padre che pregava, quando lei dice: «Io ho imparato a pregare guardando mio padre».

Adele - E anche quando dice che cantava delle canzoncine!

Valter - Li conoscevo anchio così, in modo superficiale. Siccome nel 94 sono stati riconosciuti Venerabili mi ricordo che in quell'epoca p. Antonio aveva affisso le fotografie dei due ai lati dell'altare di Teresina e diceva che bisognava aiutare quei due a diventare beati.

Adele - Tantè vero che in quell'anno un bimbo di nostri cari amici ha iniziato il suo calvario, gli hanno trovato la leucemia, aveva sei anni e mezzo ed è morto di leucemia. Si chiamava Pietro. Anche in quell'occasione p. Antonio mi aveva detto di fare la novena per loro. Io l'avevo fatta a santa Teresa, l'avevo fatta a loro, poi Pietro è morto. Avevo iniziato così a sapere che c'erano e che per loro si stava facendo questo cammino, quando era ammalato Pietro. Quando abbiamo scelto il nome Pietro, per noi è legato alla figura di san Pietro, e proprio per il legame che c'è con questa famiglia abbiamo chiesto se poteva in qualche modo recare disagio. Invece loro erano molto contenti della nostra scelta. Quando è nato Pietro, con tutti i problemi che aveva, devo dire che, sia per loro sia per noi è stato un evocare quei tempi lì. Pensavo «ma forse non dovevo chiamarlo Pietro» e altri pensieri del genere. Era come se si fosse ripetuta una storia. Ricominciare a chiedere il miracolo era come se portasse dietro un pezzo dell'altra storia.

Domanda: - Avevi parlato di alcune somiglianze tra te e Zelia. E di papà Martin cosa ci dite?

Adele - Sì, c'era questa ricerca, questo desiderio che aveva lui di avere una vita consacrata e questa cosa anche per Valter era stata all'inizio presa in considerazione. Proprio l'aspetto umano, questa bontà. Quando Zelia racconta del modo di lavorare del marito, del rispetto della domenica giorno del Signore, lei dice che, per quanto la riguarda, se avesse bisogno di qualcosa per i figli l'acquisterebbe anche di domenica, mentre Luigi era molto ligio. Questa attenzione è molto presente anche in Valter; con gli anni diventa sempre più saggio. Intendo dire che ha una capacità di guardare alle cose cercando lo sguardo del Signore e quindi di fronte anche a tante vicende che accadono nella vita, in questi anni lui ha proprio sviluppato questa attenzione, di non lasciarsi prendere da altri fattori che non siano Dio, anche come richiamo a me. Questo accompagnare le figlie in chiesa, questo pregare. Per esempio una cosa che Valter fa con i figli è la preghiera al mattino, tutti di corsa, finita la colazione, magari a me scappano, ma se c'è in casa lui prima di uscire diciamo l'Angelus insieme. é come se lui ricordasse a tutta la famiglia questo momento di preghiera, di pregare insieme prima di andare ognuno per la sua strada. Sono questi piccoli fatti concreti a cui ci rimanda.

Domanda: - Avete altri momenti di preghiera insieme come famiglia?

Adele - Al mattino, ai pasti e poi prima di andare a letto.

Valter - É un periodo che sento vivo il desiderio di poter vivere il Rosario in famiglia, un po' sollecitato anche dal Papa che nel mese di ottobre l'ha proprio chiesto. Ma non è facile. Però non perdo la speranza. La mia famiglia di origine era sì cattolica, ma non si viveva la preghiera in famiglia, é una cosa che il Signore mi ha messo nel cuore, non viene fuori da un'esperienza vissuta.

Domanda: - Una conversione?

Valter - Sì, diciamo una conversione, C'era quella cristianità molto diluita, senza nessuna appartenenza. Mi sto affezionando alla preghiera del Rosario prima di tutto per quel che dice il Papa, sento che effettivamente è una preghiera semplice, è un modo semplice per cui Domandare al Signore, porsi vicino al Signore e arrivare a ringraziare il Signore che ci ha instillato nel cuore questa capacità di chiedere a Lui il passo di ogni giorno. Tante volte uno si mette davanti al Signore per chiedere delle cose, ma la prima cosa che dobbiamo chiedere, questa è esperienza per me, è di ringraziare di averci dato la coscienza di chiedere. «Se tu avrai la bontà di farcelo ricordare», ci diceva don Giussani, se avrai la bontà di farci destare di fronte a un'appartenenza. Secondo me nel rosario, che è la preghiera alla madre di Gesù, è come se la madre ci accompagnasse all'incontro, come se questa coscienza si facesse ogni giorno più chiara. Per cui, con il tempo che ci vorrà, con pazienza spero di arrivarci perché questa esperienza ce l'ho nel cuore: non lo faranno con me, lo faranno con altri, non ha importanza.

Adele - Mentre lui ha questa posizione più tranquilla nell'attesa, più fiduciosa, io magari mi arrabbio, mi dico: «ma insomma, perché non riusciamo, possibile che».

Domanda - Voi lo facevate il rosario in famiglia!

Adele - Sì, io ero un po più inquadrata sotto questo punto di vista.

Valter - Sua mamma fa parte di quella generazione in cui pregavano «per» un altro, lei pregava per Pietro. A me non era mai capitato di pregare per qualcun altro. Era una cosa che mi colpiva moltissimo. Era importante il fatto che qualcuno mi amasse, un po come il cammino nel Movimento in questi anni in cui diciamo che dobbiamo ricreare ambienti in cui uno sia accolto, sia abbracciato

Adele - Volevo aggiungere che comunque la storia di Pietro si portava dentro fin dall'inizio qualcosa di particolare. Non l'abbiamo cercato, perché razionalmente parlando ci sembrava che la nostra situazione potesse andare bene così com'era, anzi diciamo che in cuor nostro c'era proprio il desiderio che non accadesse. É accaduto, siamo quindi abbastanza stupiti di questa cosa, però anziché sentirci fregati, fin dall'inizio ci siamo posti nei confronti di questa gravidanza come un dono speciale, proprio perché a noi sembrava così impossibile che potesse esserci, con questa attesa che si svelasse qualcosa. Visto adesso è come se assumesse tutto un senso. Faccio un po' fatica a parlare della gravidanza e del parto perché sembra ricostruito a posteriori. Tante volte prima di andare al lavoro lui diceva: Chissà cosa sarà di questo figlio!. Era come se si intuisse che qualcosa sarebbe accaduto. Questo avvenimento così inaspettato, gratuito era come se fosse un annuncio di qualcosa di speciale. Anche durante la gravidanza che è stata splendida, verso la fine tutti mi dicevano: Non vedrai l'ora di partorire!, invece no, per me era una compagnia che avevo in modo preferenziale. c'è un altro fattore importante: quando abbiamo calcolato la data presunta era il 21 maggio e sarebbe stato il compleanno di mio papà; mio papà è morto che io non avevo ancora diciassette anni ed è rimasto un forte legame negli anni: tutto quello che riguarda mio papà mi fa sempre un gran piacere. Quindi c'era questa cosa inaspettata, con la data del 21 maggio (anche mia mamma non aveva detto nulla; ad ogni gravidanza era disperata. Figli ne sono nati cinque, ma le gravidanze sono state nove: quattro li abbiamo persi nei primi mesi, altro elemento in comune con i Martin. Ha solo detto: Speriamo che tra tanti figli qualcuno lo prenda al Suo servizio). Tutta la gravidanza io ho proprio vissuto questa compagnia con questo bambino e non ho mai avuto fretta che nascesse. Il 21 maggio non è nato ed è stato l'unico giorno in tutta la gravidanza in cui mi sono sentita un po' giù. Era come se quella che avevo vista come promessa all'inizio non fosse stata poi mantenuta. Quel giorno ero anche un po arrabbiata. Dicevo: Insomma, ci tenevo così tanto che nascesse lo stesso giorno proprio perché era un avvicinare mio papà. c'è anche una cosa buffa. Tra me e padre Pio non c'è un gran feeling, non mi sento nella stessa spiritualità, mi sento più vicina a santa Teresa. Quindi non mi interessava che nascesse il 25, che è il giorno in cui è nato padre Pio. Siamo andati diverse volte a san Giovanni Rotondo, ma mi sembrava cupo. Quindi fra le date che giravano intorno alla nascita di Pietro è stata detta anche quella del 25, che è la data di nascita di padre Pio, non è che la cosa mi interessasse. é nato proprio il 25. Un'altra cosa che sanno per ora solo Valter e la mia ostetrica è questa: quando è nato Pietro, in una vasca molto ampia, è stata un'esperienza molto bella. Devo dire che è stato il parto più bello come coscienza perché gli altri parti sono stati momenti così coinvolgenti, quasi da portarti via la coscienza, che erano fatti più grandi della tua capacità di stare dietro a quello che accade con la tua testa. Quando è nato Lorenzo ero dispiaciuta, la ragionevolezza mi diceva che sarebbe stato l'ultimo, e mi spiaceva di perdere l'occasione di vivere il parto partecipando in un altro modo. Con la prima avevo fatto il corso e suggerivano il canto, che erano poi delle sillabe ripetute, che non avevano significato; con gli altri avevo ripetuto questo tipo di canto. Invece con Pietro accompagnavo la contrazione con un Amen, c'è stato un cadenzare, un accompagnare il momento della contrazione con questo Amen. Già questo è stata una grazia, il parto. é come se avessi ripreso la coscienza anche di tutti gli altri. Vivere quest'offerta nel dolore in questo modo è stata proprio una bella esperienza, l'affidare, il fidarsi di quello che stava accadendo. Visto poi in relazione a tutto quello che è accaduto acquista anche maggiore significato. Siete i primi a cui lo racconto perché è stata una cosa che, detta dopo, può sembrare forzata perché è accaduto quello che è accaduto.

Valter - Però È successo proprio così, c'è anche il testimone.

Adele - Che qualcosa sarebbe accaduto è una percezione che avevo, perché poi, quando hanno portato via Pietro, nel dolore che vivevo, era come se io mi aspettassi che qualcosa sarebbe successo; nei giorni prima del parto ero anche andata a confessarmi perché dicevo: Non si sa mai!.

Domanda: - Con gli altri figli non era capitato?

Adele - Così no. Che ero sempre di fronte al mistero certo, ma che sarebbe accaduto qualcosa no, non avevo mai avuto questa sensazione:

Domanda: - Ma lhanno portato via subito?

Adele - Subito. La diversità l'ho sentita quando stava uscendo, poi quando l'ho visto aveva un colore brutto, l'ho visto per una frazione di secondo.

Valter - Sì, fin che era attaccato al cordone ombelicale un po d'aria la prendeva, ma appena l'hanno tagliato aveva un colore giallastro, terrificante. Io ero presente e mi aspettavo una certa reazione: ne avevo visti altri quattro! Invece no e l'ostetrica si è subito accorta che qualcosa non andava. Non ce lo aspettavamo, perché era andato tutto perfettamente, tutto bene fino a quel momento, gli altri parti erano andati tutti bene, per cui nessuno immaginava quel che sarebbe successo. Nel giro di pochi minuti si è svolto tutto. É nato, fatto la profilassi di consuetudine, il bambino non reagisce, appoggiato sul lettino caldo ma il bambino faceva fatica a respirare, poi avvolto su qualche coperta di corsa l'ostetrica è sparita. Da quando è nato a quando è uscito saranno passati due o tre minuti.

Adele - Io l'ho preso in braccio per la prima volta il 2 luglio. Me lhanno appoggiato sulle braccia dopo la biopsia perché pensavano che non avrebbe passato la notte e quindi me l'hanno appoggiato sulle braccia qualche istante ma sembrava morto perché era sedato, curarizzato, con tutte queste cose dentro, non si muoveva, era proprio a peso morto e non è stato proprio un incontro.

Domanda: - Un'ultima Domanda: voi avete rivestito lo scapolare?

Adele - No, avevo letto il libretto sullo scapolare, ma (mia mamma lo porta) su questa cosa non ho mai approfondito proprio perché la spiritualità carmelitana è come se fosse di fianco a noi in questi anni, come se ci accompagnasse di fianco.

Intervista (a cura dei coniugi Terranova (MCS) )