La vocazione secondo Teresa

    Avevo il dono di spargere la gioia dappertutto.
    (Vita 2,8)

Dall'infanzia... una vita impetuosa

L'aver dei genitori virtuosi timorati di Dio, abbinato ai favori di cui Egli mi circondava, sarebbe certo dovuto bastarmi per crescere buona (...).

Mio padre era appassionato alla lettura di buoni libri e ne teneva pure di quelli scritti in lingua nazionale, perché potessero leggerli anche ai suoi figli. Mia madre si premurava poi di farci pregare e di fomentare in noi la devozione alla Madonna e ad alcuni santi in particolare. Ora, tutto questo incominciò a destare precocemente la mia intelligenza che si aprì - ritengo - già verso i sei o sette anni. Mi aiutava molto il fatto di non scorgere nei miei genitori altra propensione se non quella verso la virtù. E di virtù ne avevano molte (...).

Eravamo tre sorelle e nove fratelli. Grazie al Buon Dio in materia di virtù assomigliavano tutti ai genitori, tranne me, che pure ero la prediletta di mio padre. E prima che cominciassi ad offendere Dio, la sua predilezione poteva forse anche essere in certo qual modo motivata, perché io mi sento attanagliare dal rimorso, quando rammento le buone inclinazioni che il Signore mi aveva elargite e quanto male abbia saputo approfittarne.

I miei fratelli infatti non mi distoglievano minimamente dal servizio di Dio. Ne avevo uno quasi della mia età (ed era poi quello che amavo di più, sebbene li amassi tutti intensamente, venendone cordialmente riamata), col quale mi appartavo spesso a leggere le vite dei santi (...) progettavamo addirittura di recarci nella terra dei mori, elemosinando per amore di Dio nella speranza che là poi ci decapitassero. E credo che il Signore, pur in un'età così tenera, ce ne avrebbe dato il coraggio, se ne avessimo trovato i mezzi. Ma il maggior ostacolo ci sembrava quello di avere i genitori.

Il sentir affermare, nelle nostre letture, che pena e gloria erano destinate a durare per sempre, ci impressionava molto. Ci accadeva sovente di soffermarci a lungo su questo pensiero, provando un gusto matto a ripetere innumerevoli volte: Sempre, sempre, sempre! Pronunciando con insistenza tale parola, piacque al Signore mi restasse impresso nell'anima fin dalla più tenera infanzia il cammino della verità (...).

Suscita ancora in me un moto di tenerezza il constatare come Dio mi abbia concesso tanto presto ciò che poi ho perduto per colpa mia (...).

Rammento che quando mia madre morì, avevo poco meno di dodici anni. Appena cominciai a capire che cosa avessi perduto, mi recai angosciata davanti ad un'immagine della Madonna, supplicandola con molte lacrime a farmi da madre. Mi sembra che il gesto, sebbene compiuto con tutta semplicità, mi abbia giovato; sì, perché da parte di questa Vergine sovrana mi sono sistematicamente vista esaudita in ciò che le ho raccomandato ed ella ha poi finito per avvincermi a sé (...).

O Signore, (...) riconosco che a te non restava da fare nulla più di quanto hai fatto, perché sin da quell'età io fossi interamente tua. E quand'anche volessi lamentarmi dei miei genitori, non potrei fare nemmeno quello, perché in essi non ebbi a vedere altro che bene e preoccupazioni per il mio bene.

Trascorsa questa età, allorché cominciai a rendermi conto dei doni di natura elargiti dal Signore - che, a detta della gente erano molti -, mentre avrei dovuto ringraziarne Dio, presi invece a servirmi di tutti per offenderlo. (cfr. Vita 1,3.4.5.7.8.)

Una ragazza esuberante in una società in crescita

Mia madre era appassionata ai libri di cavalleria; solo che a lei tale passatempo non faceva tanto male quanto ne faceva invece a me (...). Cominciai a prendere l'abitudine di leggerli: e quel piccolo difetto da me riscontrato nella mamma cominciò a sua volta a raffreddare le mie buone aspirazioni, avviandomi a mancare anche nel resto. Si noti che non mi sembrava neanche un male sciupare tante ore del giorno e della notte, in una occupazione così futile, per di più all'insaputa di mio padre. La mia infatuazione era tale che, se non avevo fra le mani un libro nuovo, mi sembrava di non essere contenta.

Presi a portare abiti sofisticati e a desiderare di far bella figura, dedicando molta cura alle mani e ai capelli, usando profumi e abbandonandomi a tutte le vanità possibili, che erano assai numerose data la mia raffinatezza. Intenzioni cattive però non ne avevo, poiché non volevo assolutamente che alcuno offendesse Dio per causa mia. Comunque, mi trascinai addosso per parecchi anni una forte smania di ricercatezza personale e di esagerata affettazione (...).

Avevo alcuni cugini (...). Erano quasi della mia età, un pochino più grandi. Stavamo sempre insieme. Mi volevano un gran bene e io li stuzzicavo ad incentrare la conversazione su tutti i fatti che procuravano loro soddisfazione, ascoltando avidamente la storia delle loro simpatie e delle loro affezioni tutt'altro che buone (...).

Imparai tutto il male possibile da una parente che bazzicava molto in casa mia (...). Mio padre e mia sorella si preoccupavano assai di quell'amicizia e me la rinfacciavano spesso (...). In effetti da tale relazione uscii cambiata a tal punto che della mia buona indole e del mio spirito virtuoso non restò in me quasi neanche più traccia. Ho addirittura l'impressione che lei e un'altra tizia stampassero in me la loro impronta.

Dopo nemmeno tre mesi da quando mi ero abbandonata a queste vanità mi rinchiusero in un monastero del luogo, dove si educavano ragazze del mio ceto (...).

Era così intenso l'amore nutrito per me da mio padre e così scaltra la mia abilità nel dissimulare che egli non arrivò mai a ritenermi tanto colpevole, e quindi non lasciò mai che il suo affetto si raffreddasse nei miei confronti (...).

Durante i primi otto giorni soffrii molto, non tanto per il fatto di trovarmi in quel posto, quanto per il sospetto lancinante che fosse stata scoperta la mia leggerezza. Ormai però ero stanca di sventatezze (...). Si stava avviando in me un risveglio, sicché nel giro di otto giorni - credo forse anche meno -, mi sentivo molto più felice che in casa di mio padre. Tutte erano affiatate con me perché il Signore mi ha dato la grazia di spargere la gioia dovunque mi trovi, e quindi anche là ero molto amata (...).

L'anima mia cominciò a riprendere le buone abitudini della prima età; ebbi così modo di toccare con mano la grande grazia che il Signore accorda a quanti Egli mette in compagnia dei buoni. Sembra quasi che Sua Maestà andasse pensando e ripensando per quale via avrebbe potuto riattirarmi a sé. Sii tu benedetto, Signore, che tanto mi hai sopportata! - cfr. Vita 2, 1.2.3.4.5.6.7.8

Con noi educande dormiva una monaca, tramite la quale sembra che il Signore abbia voluto cominciare a darmi qualche sprazzo della sua luce, come adesso dirò.

Cominciando dunque a gustare la buona e santa conversazione di quella monaca, godevo di sentirla parlare così bene di Dio, santa e assennata com'era. Questo genere di discorsi, del resto, posso dire che m'è sempre piaciuto. Mi raccontò che aveva preso il velo solo per aver letto nel vangelo: "molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti" (Mt 15,15), e mi diceva del premio che il Signore dà a quelli che lasciano tutto per lui. Cominciò questa buona compagnia a sradicare in me le abitudini seminatevi da quella cattiva, e a far rinascere nel mio spirito il desiderio delle cose eterne, riducendo alquanto l'avversione che avevo per la vita monastica (...).

In quel monastero rimasi un anno e mezzo migliorando decisamente (...). Tuttavia desideravo proprio di non farmi suora augurandomi che Dio non mi chiamasse per quella via, benché a quel tempo mi spaventasse pure l'idea di sposarmi (...).

Allo scadere del mio periodo di soggiorno nell'educandato, sentivo già una propensione maggiore a farmi monaca, peraltro non nella casa in cui mi trovavo, a causa di certe costumanze rigorose che mi sembravano di un ascetismo eccessivo (...). Questa idea di farmi monaca un momento mi veniva e un altro se ne andava, sicché non sapevo decidermi a fare il passo.

Nel frattempo, il Signore (...) mi mandò una malattia così grave da costringermi a far ritorno a casa di mio padre. Una volta guarita, mi portarono a casa di mia sorella per fare una visita, dato che l'amore da lei nutrito per me era intensissimo e, qualora avessi voluto assecondare il suo affetto, non avrei mai dovuto abbandonarla. Anche suo marito mi voleva molto bene (...). È questa un'altra grazia di cui sono largamente debitrice al Signore, il quale mi ha sempre fatto trovare affetto dovunque fossi (...).

Lungo il percorso che dovevamo fare abitava un fratello di mio papà, vedovo, che pure il Signore andava disponendo per sé. Volle che mi trattenessi qualche giorno con lui. Occupava il suo tempo leggendo buoni libri in volgare (...). Mi ordinava di fargli la lettura e io, sebbene quei libri non mi piacessero gran che, mostravo di trovarci gusto perché ho sempre cercato ansiosamente di accontentare gli altri, anche quando la cosa mi pesava (...).

Grazie alla pressione esercitata sul mio cuore dalle parole di Dio lette ed ascoltate, giunsi a comprendere sempre meglio la verità delle massime udite da bambina (...) e quantunque la mia volontà non riuscisse ancora ad accettare l'idea di farmi suora, capii che in sostanza quello era lo stato migliore e più sicuro, per cui a poco a poco decisi di forzare me stessa ad accettarlo.

Sostenni tale lotta per tre mesi (...). Mi sembra però che, in questo impulso ad abbracciare la vocazione, mi stimolasse più il timore servile che l'amore (...).

Mio padre però mi voleva tanto bene, che non riuscii assolutamente ad ottenere il suo consenso (...). Il massimo che da lui si poté ottenere fu che dopo la sua morte sarei stata autorizzata a fare quello che avessi voluto. Ma io temevo di me stessa e avevo paura che la mia debolezza finisse per farmi tornare indietro (...). (cfr. Vita 2, 10; 3, 2-7)

    Per meandri complicati e tortuosi.
    (Vita 4,3)

L'entrata al monastero dell'Incarnazione: un difficile salto di qualità

Appena vestii l'abito religioso, subito il Signore mi fece capire fino a che punto Egli favorisca quelli che si fanno violenza per servirlo. Rammento, e credo proprio di affermare il vero, che quando lasciai la casa di mio padre provai un dolore così lancinante, da farmi pensare che non se ne provi uno maggiore allorché si sta per morire: sembrava che le ossa mi si slogassero ad una ad una (...). Procedevo esercitando su me stessa uno sforzo così intenso che, se il Signore non mi avesse aiutata, ogni mia considerazione sarebbe stata insufficiente per continuare la rotta. In quel frangente Egli mi infuse una tale energia per vincere me stessa, da permettermi di concretizzare il mio ideale.

Nessuno sospettava l'accanita lotta che io pure avevo dovuto sostenere con me stessa, poiché tutti pensavano fossi dotata di una fortissima volontà. Sin dai primi istanti però, Dio mi ricolmò di gioia: una gioia immensa, che non è mai venuta meno fino ad oggi (...). Tutti gli esercizi della vita religiosa mi piacevano, anche se per la verità talvolta mi accadeva di dover spazzare nelle ore che solitamente dedicavo a farmi bella; anzi, ricordando di essermi finalmente liberata da quella schiavitù, provavo una gioia nuova, sconosciuta, che mi stupiva e stentavo a capire donde provenisse.

Rammentando questo fatto, posso dire che non v'è cosa, per quanto difficile, che io esiti ad affrontare quando mi si prospetta. So infatti per esperienza acquisita quel che succede, allorché mi sforzo fin dal principio di prendere la decisione di fare qualcosa (...). Sua Maestà me lo ripaga già in questa vita con un profluvio di favori che solo chi ha la fortuna di assaporarli può apprezzare. Ne ho fatto l'esperienza anche in casi molto gravi; per cui, se fossi persona autorizzata a dar consigli, suggerirei di non tralasciare mai e poi mai, per paura, di tradurre in atto una buona ispirazione che si presenta con insistenza.

Sarebbero pur dovute bastare, o mio sommo Bene e mio riposo, le grazie di cui mi avevi ricolmata fino a quel momento, pilotandomi con la tua magnanimità e misericordia, per meandri complicati e tortuosi, sino a raggiungere un porto così sicuro (...). Mi sento persino imbarazzata a proseguire quando ricordo la cerimonia della mia professione, la decisa risolutezza e la gioia con cui la emisi, lo sposalizio che celebrai con te (...).

Mi sembra ora di aver avuto ragione a non volere una dignità così alta, visto che poi dovevo usarla tanto male (...). Dio mio, sembra davvero che io non facessi altro fuorché promettere di non mantenere nulla di quanto t'avevo promesso (...). La consapevolezza delle mie gravi infedeltà viene spesso contemperata dall'inebriante soddisfazione infusa nella mia anima dal fatto che si veda così brillare l'infinità della tua misericordia.

Il cambiamento di vita e di alimentazione pregiudicò la mia salute; per cui, sebbene la mia contentezza fosse intensa, essa non bastò a controbattere gli attacchi (...). Trascorsi quindi il primo anno in pessime condizioni di salute (...). Mio padre si dava d'attorno con la massima premura per trovarvi un rimedio; ma, non essendo in grado di procurarglielo i medici locali, mi fece trasportare in un posto dove correva voce si guarissero altre malattie, e quindi avrebbero curato anche la mia.

Durante il viaggio di andata, lo zio, che stava di casa lungo la strada, mi diede un libro intitolato "Terzo Abbecedario", che si propone di insegnare l'orazione di raccoglimento (...). Provai molta soddisfazione nel trovarmi fra le mani quel libro e decisi di seguire col massimo impegno il metodo ivi abbozzato (...). Fino allora non avevo mai trovato un vero maestro, voglio dire un confessore che mi capisse, quantunque l'avessi cercato; e lo cercai senza trovarlo per altri vent'anni (...).

In quel primo periodo di assestamento Sua Maestà cominciò ad accordarmi tante grazie (...). L'orazione lasciava in me degli effetti così incisivi che, pur avendo io allora sì e no vent'anni, mi sembrava di avere il mondo sotto i piedi (...).

Mi sforzavo in tutti i modi possibili di tenere presente in me Gesù Cristo; era questo il mio metodo di orazione. Quando meditavo qualche brano della sua vita, me lo raffiguravo nel mio intimo. Tuttavia la maggior parte del tempo la spendevo nel leggere buoni libri (...). Durante questo tempo non osavo nemmeno iniziare l'orazione senza un libro, poiché la mia anima aveva paura di mettersi a pregare senza averlo tra mano (...). Munita di tale rimedio invece, che rappresentava per me una compagnia o uno scudo destinato a parare i colpi inferti dall'ora dei pensieri importuni, mi sentivo rincuorata (...). Quando mi mancava un libro da leggere l'anima mia andava subito sottosopra e i pensieri si disperdevano in mille rivoli, ma con esso riuscivo gradatamente a raccoglierli e mi sentivo l'anima come blandita da una carezza. Tante volte mi bastava aprire il libro per non aver più bisogno di altro. (cfr. Vita 4,1.2.3.5.7.9.)

L'affettuosa lettura di una storia ferita

Arrivato il momento di iniziare la cura, che stavo attendendo (...), vennero mio padre, mia sorella e la mia affezionatissima amica monaca accompagnatrice e, coi più delicati riguardi, mi portarono sul posto. Là il demonio cominciò a turbarmi lo spirito, ma Dio ne ricavò poi tanto bene. Nel luogo scelto per curarmi risiedeva un ecclesiastico di condizione assai distinta, molto intelligente e, in certa qual misura, anche colto. Presi a confessarmi da lui (...).

Egli si affezionò profondamente a me (...). Il suo non era un affetto malsano, ma per il fatto di essere eccessivo, finiva per diventare certo non buono. Sapeva bene che io per nulla al mondo sarei giunta a commettere qualcosa di grave contro Dio, e la stessa identica disposizione mi assicurava di averla lui. Così le nostre conversazioni si infittivano. Imbevuta com'ero di Dio, provavo il massimo piacere nel discutere su argomenti che lo riguardavano. Ora, tanto fervore in una ragazza ancor così giovane, riempiva di confusione il mio interlocutore, il quale, spinto dalla forte simpatia che nutriva per me, incominciò a rivelarmi la sua disastrosa condizione morale. Non era davvero da minimizzare: basti pensare che ormai da quasi sette anni versava in una situazione spiritualmente assai pericolosa, in quanto si era innamorato e aveva allacciato una relazione con una donna del luogo, eppure continuava a dir messa ugualmente. La cosa era talmente pubblica, che egli aveva perduto il suo buon nome e la sua reputazione, ma nessuno osava affrontarlo su tale argomento. A me faceva una gran compassione, perché gli volevo sinceramente bene: tale era infatti la mia cecità e leggerezza che stimavo virtù serbar fedeltà e riconoscenza a chi mi amava. Sia maledetta questa legge, che si estende fino a essere contraria a quella di Dio. È una follia che vige nel mondo e che ha fatto impazzire anche me: tutto il bene che la gente ci fa non lo dobbiamo che a Dio, eppure riteniamo che sia virtù non rompere un'amicizia anche se contraria al Signore. O cecità di questo mondo! Così vi fosse piaciuto, Signor mio, che io fossi stata ingratissima contro il mondo tutto ma non contro di voi! Ma per i miei peccati è stato tutto il contrario.

Cercai di saperne di più, assumendo informazioni dal personale di casa sua. Venni così a conoscere la gravità estrema del suo stato: venni però a saper che quel poveretto non era poi tanto colpevole, poiché quella donna gli aveva gettato addosso il maleficio mediante un piccolo idolo di rame che gli aveva chiesto di portare al collo per amor suo e che nessuno era stato ancora in grado di levargli di dosso.

Io decisamente non credo affatto a queste storie di sortilegi e di iettature, ma ci tengo a riportare quanto ho visto di persona (...). Quantunque io sia stata così miserabile, mai ho cercato di far del male, né anche potendolo avrei mai voluto forzare la volontà di qualcuno ad amarmi (...).

Non appena dunque fui al corrente dell'amara vicenda, cominciai a dimostrargli maggior affetto (...). Di solito gli parlavo di Dio. La cosa doveva giovargli; ma ritengo che il fattore determinante sia stato per lui quello di volere tanto bene a me. In effetti, per farmi piacere, si decise a consegnarmi il piccolo idolo, che io feci subito gettare in un torrente (...). Infine smise completamente di frequentare quella donna, e da quel momento non cessò più di ringraziare Dio per averlo illuminato.

Tempeste affettive e psicosomatiche

In capo a due mesi, a forza di medicine mi trovavo ridotta quasi in fin di vita (...). Tra la spossatezza dovuta all'estrema carenza di energie e la febbre continua e l'indebolimento, ero così sfinita e disidratata che i miei nervi cominciarono a rattrappirsi, causandomi dolori talmente intollerabili da non permettermi da trovare riposo né giorno né notte. Il tutto rincarato poi da un profondo abbattimento.

Visto il bel guadagno ottenuto, papà mi ricondusse a casa, dove i medici tornarono a visitarmi. Tutti mi dichiararono spacciata (...).

Giunse la festa della Madonna d'agosto (...). Quella notte ebbi una crisi tale, da restare completamente fuori dei sensi per quattro giorni o poco meno (...). Più di una volta dovettero ritenermi proprio morta (...), quando il Signore pensò bene di farmi riprendere conoscenza (...).

Affermo in tutta verità di sentirmi sbigottita nel constatare come il Signore mi abbia quasi resuscitata da stare addirittura tremando dentro di me. (cfr. Vita 5, 3-10)

    L'amore cresce comunicandoselo.
    (Vita 7,22)

Esistere è camminare coscientemente verso la propria identità

Insistetti subito per tornare in monastero, chiedendo la cosa con tanta urgenza che finirono per trasportarmi là nelle condizioni in cui ero (...). Perdurai in quello stato più di otto mesi, rimanendo rattrappita - se pure con graduale miglioramento - per quasi tre anni. Quando finalmente cominciai a trascinarmi gattonando, ne ringraziai Dio (...). Mio Creatore, sono già alcuni anni che, a quanto posso capire, mi sorreggi con la tua mano (...). Piaccia alla Maestà Tua di non abbandonarmi neanche adesso (...). Allora mi pareva davvero abbandonarti con tanta disinvoltura, Signore. Ma siccome ti ho piantato già tante volte, non posso cessar di temere, perché non appena ti scostavi anche solo un pochino da me, crollavo a terra con un solenne tonfo. Sii per sempre benedetto, perché anche quando io ti ho abbandonato, tu hai avuto la bontà di non mollarmi mai così totalmente da non stendere subito la mano per offrirmi la possibilità di rialzarmi. E spesso, Signore, io non l'accettavo. (cfr. Vita 6, 2. 9)

Di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai ad espormi a tali rischi e a guastarmi tanto l'anima in una infinità di scempiaggini, da vergognarmi addirittura di intraprendere un riaccostamento a Dio, riallacciando con Lui quella particolare amicizia che fluisce dall'orazione (...).

Stringe davvero il cuore osservare come molte, intenzionate ad appartarsi dal mondo e convinte di andare a servire il Signore, finiscano poi col trovarsi scaraventate in dieci mondi coalizzati assieme (...), vista anche la misura in cui nell'ambito di tali monasteri sono autorizzati complimenti e diversivi mondani (...). Allorché cominciai io pure ad allacciare conversazioni di questo tipo, siccome erano ormai entrate nell'uso comune, non ritenevo ne sarebbero derivati alla mia anima il danno e la distrazione che in un secondo tempo mi resi conto promanavano da tali interscambi (...). Trovandomi però un giorno con una persona appena conosciuta, il Signore ebbe la bontà di farmi capire che quelle amicizie non erano convenienti, ammonendomi e illuminandomi nella mia ottusa cecità. Mi si raffigurò dinanzi Cristo con aspetto molto severo, facendomi intendere quanto la cosa lo addolorasse. Lo vidi con gli occhi dell'anima, ma più distintamente di quanto avrei potuto vederlo con quelli del corpo, e la sua immagine mi rimase così impressa che, pur essendo trascorsi da allora ben ventisei anni, mi sembra di averla tuttora presente (...). L'impressione che fece su di me, fu misteriosamente profonda, al punto di non permettermi più di dimenticarla (...).

Invece di badare a correggere me stessa, sentivo un gran desiderio di far del bene agli altri, tentazione molto comune ai principianti, che tuttavia nel caso mio diede ottimi risultati. Siccome amavo intensamente mio padre, mi auguravo anche di vederlo fruire del gran bene che sentivo di godere io praticando l'orazione (...). Così, cominciai a fare in modo che la praticasse, dandogli pure dei libri adatti allo scopo (...). Veniva spesso a trovarmi perché trovava conforto nel parlare di temi attinenti a Dio (...). Alla pratica dell'orazione non indussi soltanto lui, bensì anche parecchie altre persone. Pur trovandomi irretita in tante vane scempiaggini, allorché vedevo qualcuno incline alla preghiera, gli insegnavo a meditare, lo aiutavo a progredire e gli prestavo magari dei libri, perché sentivo pulsare forte in me il desiderio che anche altri servissero Dio (...). Dico questo affinché si veda la paurosa cecità in cui annaspavo: abbandonavo me stessa alla perdizione, premurandomi al contempo di conquistare gli altri (...).

Conducevo un'esistenza quanto mai tribolata, perché nel corso dell'orazione scoprivo le mie colpe: da un lato Dio che mi chiamava, dall'altro io che seguivo il mondo. Le cose di Dio mi infondevano un'incontenibile gioia, ma le cose del mondo mi tenevano imbrigliata. Sembrava insomma, che io volessi a tutti i costi conciliare tra loro questi due opposti - così irriducibilmente nemici l'uno all'altro - quali sono la vita spirituale su un fronte, i godimenti e le soddisfazioni e i passatempi sensuali sull'altro. Durante l'orazione soffrivo tremendamente perché il mio spirito non era padrone, bensì schiavo; sicché non riuscivo a rinchiudermi in me stessa senza trascinarvi dentro anche l'ammasso delle mie futilità.

Trascorsi così molti anni, e adesso perfino mi stupisco nel constatare come la mia soggettività sia stata così resistente all'usura, da non giungere ad abbandonare l'uno o l'altro: Dio o il mondo. So tuttavia benissimo che lasciare l'orazione non stava più in mio potere, poiché mi sorreggeva con le sue proprie mani Colui che voleva così per favorirmi di grazie ancor maggiori (...).

Gran male è per un'anima trovarsi sola tra tanti pericoli. Io sono dell'idea che, se avessi trovato qualcuno con cui discutere questi problemi, ciò mi avrebbe aiutata a non ricadere, almeno per vergogna visto che non avevo rispetto per Dio.

Consiglierei quindi a coloro che si dedicano all'orazione, di ingegnarsi, specialmente al principio, per allacciare amicizia e conversazioni con altre persone che la coltivino anch'esse. È cosa importantissima, non fosse altro che per aiutarsi reciprocamente con la preghiera; ma in più ci sono molti altri vantaggi. Siccome in materia di conversazioni e affetti umani, spesso nemmeno del tutto inappuntabili, ci si procurano degli amici con cui distendersi per meglio godere raccontandosi scambievolmente le proprie esperienze nel campo di quei vani piaceri, non capisco perché mai si debba proibire a chi comincia sul serio ad amare e servire Dio, di parlare con qualcuno dei propri piaceri e dispiaceri, patrimonio connaturato di tutti quanti si dedicano all'orazione (...). Io credo che chi saprà agire con questa retta intenzione, gioverà a se stesso e a quanti altri staranno ad ascoltarlo, uscendone arricchito in esperienza: senza nemmeno sapere come istruirà i suoi amici (...).

Oggi si considera cosa buona e naturale immergersi nelle futilità e nei piaceri del mondo e ben pochi occhi si puntano sui seguaci di questo andazzo, mentre se uno comincia a darsi a Dio sono subito in tanti a mormorare. Bisogna quindi farsi compagnia per difendersi, sino a divenire così forti da non temere più le sofferenze (...).

La carità cresce comunicandosela, senza poi dire degli altri beni, che io non oserei prospettare qualora non avessi una grande esperienza del loro alto valore intrinseco (...).

Ritengo che anche i più forti, umiliandosi, diffidando di sé e credendo a chi ha esperienza in questo campo, non abbiano proprio nulla da perdere. Di me posso dire che, se il Signore non m'avesse fatto scoprire questa verità e dato modo di trattare assai frequentemente con persone abituate all'orazione, a forza di cadere e di alzarmi sarei precipitata a tuffo nell'inferno. Sì, perché quando si trattava di cadere avevo molti amici pronti ad aiutarmi; mentre quando mi accingevo a rialzarmi mi trovavo tanto sola da provare ora un senso di meraviglia per non essere rimasta sempre a terra e da sentirmi obbligata a lodare la misericordia di Dio, il solo che mi stendeva la mano. (cfr. Vita 7, 4.6.8.10.13.17. 20.22)