I legami tra il Carmelo e l'ebraismo

di Bruno Secondin

Succede, a volte, che un'intuizione carismatica - nella regola di un Ordine, nell'idea di un fondatore, all'interno di un gruppo religioso, ecc... - debba aspettare a lungo, anche secoli, per trovare persone e ambiente adatto per il suo sviluppo. Un segno e un esempio abbastanza chiaro ce lo offre la Chiesa stessa: son dovuti passare quasi duemila anni prima di riscoprire, con il Concilio Vaticano II, la sua più vera identità, il suo messaggio, la sua missione nel mondo, il modo più autentico di trasmettere il vangelo di Gesù. Tutto questo era nelle sue viscere, non ha inventato nulla, ha dovuto solo attendere il tempo propizio per ascoltare "ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (Ap 2, 7), tornare alle fonti e rileggere con umiltà e in maniera più genuina il compito affidatole da Cristo e dagli Apostoli.

Anche il Carmelo ha, nella sua spiritualità, delle intuizioni carismatiche non del tutto riscoperte. Ad esempio, nella nostra Regola c'è un chiaro, preciso, indiscusso punto di riferimento proposto come guida: san Paolo apostolo. Eppure, la tradizione carmelitana non l'ha percepito e son dovuti trascorrere ben settecento anni prima di trovare risposta nella vita e negli scritti della beata Elisabetta della Trinità!

La coscienza dei legami tra il Carmelo e l'ebraismo è una riscoperta di un carisma che richiederà ancora pi&ugarve; tempo, benché qua e là qualcuno abbia cominciato ad accorgersi dello stretto rapporto che intercorre tra la spiritualità dell'Ordine Carmelitano e quella ebraica. Il fatto è che la novità del dialogo ebraico-cristiano del dopo Concilio, si fa strada tutt'oggi con molte difficoltà poiché è necessario un vero cambiamento di mentalità, e non solo da parte degli studiosi in materia, di qualche teologo o di esperti di ecumenismo, ma di tutta la massa della cristianità, della grande porzione del popolo. In questo arduo cammino fatto di timidi passi di dialogo e riconciliazione tra Chiesa e Israele, il Carmelo rilegge le sue origini e vi trova qualcosa di insospettato, un filo d'oro che, anteriore alla stessa fondazione dell'Ordine, ne attraversa tutta la storia, la spiritualità, la Regola, i santi... un filo d'oro che oggi chiede di essere riconosciuto, di risplendere: è l'affinità con l'ebraismo.

L'esame di questa affinità viene, qui, concentrato in diversi punti unicamente per schematizzare il discorso e andare con un certo ordine, ma in realtà si tratta di relazioni e somiglianze strettissime, capillari, diffuse, allo stesso modo di come un figlio può somigliare al padre per il colore degli occhi o la forma della bocca o per la statura ecc... ma non si potrà mai dire quanto gli assomigli nell'intensità dello sguardo, o nella maniera di fare, o nell'espressione del linguaggio, ciò rimane indefinibile, un qualcosa che non si può precisare e che tuttavia è ben presente e reale.

Il monte Carmelo

Il sorgere dell'Ordine Carmelitano si riallaccia a un gruppo di fedeli cristiani (penitenti, pellegrini) che, provenendo dall'Europa - e quindi latini - in linea con la "peregrinatio hierosolymitana" allora in voga, si stabilirono al Monte Carmelo più o meno nel periodo della terza crociata, 1189-1192. Essendo in atto l'occupazione dei Saraceni, che tra l'altro avevano conquistato Gerusalemme, i pellegrini che giungevano in Terra Santa dovevano trovare dei luoghi sicuri. È questo uno dei motivi per la scelta di dimorare sul monte Carmelo, appartenente al Regno Latino e protetto da fortilizi militari. Il monte Carmelo è l'ultima parte di una catena montuosa in Terra Santa, oggi Israele. Il suo nome in ebraico significa: giardino, frutteto, in riferimento alla sua rinomata fertilità e vegetazione spontanea. È un monte caro alla tradizione biblica: cfr Is 35, 2; Ger 50, 19; Ct 7, 6. In esso si vede anche il luogo del rinnovo dell'alleanza con Dio attraverso il profeta Elia (1 Re 18, 20-46).

Giovanni Paolo II, durante un'udienza ai Carmelitani, affermava: "Il Carmelo vanta una lunga storia, che affonda le proprie radici nella tradizione e nella spiritualità biblica. Esso infatti si ricollega col monte sul quale gli antichi "figli dei profeti" stabilirono il centro di attrazione e di ispirazione per quella parte di popolo ebraico che desiderava rimanere fedele al Dio di Israele e alla sua rivelazione. In tali propositi gli israeliti erano spronati e sostenuti dagli esempi e dalla predicazione del profeta Elia...". I primi carmelitani erano pienamente consapevoli di tutto ciò. Sapevano di abitare in un luogo in cui, ai tempi di Elia, pii israeliti vivevano un puro e autentico culto al Signore ed erano fedelissimi allo javhismo.

Il Targum al Cantico dei Cantici del versetto suindicato dove si accenna al Carmelo, ha questa interpretazione: "E il re, costituito capo sopra di te, è giusto come il profeta Elia che arse di zelo per il Sovrano del cielo e uccise i profeti di menzogna sul monte Carmelo e riportò il popolo della casa di Israele al timore del Signore Iddio"; il Cantico Rabba ha quest'altra interpretazione: "Disse il Santo - benedetto Egli sia - a Israele: il capo che è su di te è come il Carmelo, e i poveri che sono fra voi mi sono cari come Elia che salì al monte Carmelo". Probabilmente i nostri eremiti carmelitani non erano a conoscenza di questi testi di matrice ebraica (i tempi non lo consentivano), ma certamente furono pronti a recepirne tutta la ricchezza simbolico/spirituale. Lo vedremo meglio più avanti.

Elia

Il monte Carmelo richiama alla memoria le gesta e la vita del grande profeta Elia: egli rimane il massimo punto d'incontro e parentela tra i carmelitani e gli ebrei. L'haggadah elianica nella tradizione rabbinica-ebraica, sviluppatasi soprattutto in Oriente, ha talmente influenzato il patrimonio culturale e spirituale dei carmelitani da farne i più autorevoli portavoce su Elia in Occidente. I primi eremiti sul monte Carmelo, là dove si sentiva la presenza quasi fisica del grande profeta, là dove presero dimora "presso la fonte di Elia", lo considerarono subito, come una cosa molto naturale e spontanea, loro padre e guida, modello ispiratore. Da chi appresero questa profonda venerazione nei confronti di Elia? È ormai documentato ampiamente come i primi eremiti carmelitani attingessero abbondantemente alle tradizioni giudaiche sul profeta Elia. Porto solo qualche esempio. Quando i carmelitani furono costretti dai Saraceni ad abbandonare la montagna del profeta e ad emigrare in Europa, portarono con sé le loro tradizioni eliane. Allorché venivano interrogati circa la loro origine, dichiaravano di essere i successori di Elia e di Eliseo. Per confermare tale pretesa si rifacevano alla tradizione, vecchia di secoli, secondo cui il primo discepolo di Elia fu Giona, il figlio della vedova di Sarepta. Essa l'aveva affidato alle cure di Elia dopo che il profeta l'aveva riportato in vita. Questo Giona diventò il celebre profeta di Ninive. Affermazioni del genere oggi ci lasciano perplessi, ma non sono un'invenzione dei carmelitani; si possono trovare nelle prime fonti cristiane. Per esempio Severo di Antiochia, patriarca monofisita santo e martire, afferma che quella tradizione aveva fonti ebraiche. Che il popolo giudaico fosse convinto di una certa relazione fra Elia e Giona è fuori di ogni dubbio. Lo riporta anche Elie Wiesel, un sopravvissuto dell'olocausto di Auschwitz, nella sua incantevole storia di Elia: "Una fonte colloca Giona dopo Davide e Samuele. Ci si chiede perfino di credere che era uguale ad Elia che lo aveva ordinato". Tale tradizione venne ripresa dai carmelitani del medioevo che l'usarono al massimo.

Molto prima che l'Ordine del Carmelo fosse costituito mediante la Regola Albertina, un'antica tradizione giudaica affermava che Elia era celibe. Con riferimento a fonti bibliche o talmudiche Elie Wiesel dice di Elia: "Non ha una professione particolare; di fatto è disoccupato, senza casa e celibe". I primi scrittori cristiani fecero propria la tradizione giudaica. Non deve sorprenderci allora che, ricchi di questa conoscenza della tradizione giudaica e cristiana, i carmelitani abbiano visto in Elia il celibe ideale.

Elia assunto nel turbine lascia senza risposta una domanda: è morto Elia? E se no, ritornerà? Secondo pie tradizioni giudaiche Elia vive ancora. Egli compare spesso in questo mondo, per lo più come un angelo, per accompagnare il popolo ebraico nel suo lungo e doloroso pellegrinaggio. Nel rito della circoncisione viene lasciata libera una sedia: è la sedia di Elia. Forse il profeta potrebbe apparire durante la cerimonia. E nella cena pasquale - il seder - viene posto sulla tavola un bicchiere di vino in più: è per Elia, qualora dovesse arrivare durante la celebrazione. Elie Wiesel, basandosi su tradizioni ebraiche, scrive: "Ma un giorno egli [Elia] verrà e si fermerà. In quel giorno accompagnerà il Messia al cui destino è legato. L'uno non può portare a termine la propria missione senza l'altro. Perché giunga il Messia, deve essere preceduto e annunciato da Elia. Nel frattempo, egli consola e occasionalmente cura i malati. Incoraggia i deboli. Corre dei rischi e sfida i nemici per salvaguardare la sopravvivenza ebraica: non abbiamo miglior difensore in cielo di Elia. Egli è legato al dolore ebraico e parla di esso a Dio".

Un nostro storico carmelitano, padre Emanuele Boaga, in una sua conferenza sul profeta Elia ha detto: "Nell'esegesi rabbinica talmudica di Elia si sottolinea l'essere plasmato e guidato solo dalla parola di Dio e il suo cuore indiviso, tutto davanti a Dio, e tutto dedito al servizio dei piani divini. Elia prepara i tempi messianici come artefice di pace. Nella tradizione popolare ebraica Elia è considerato grande maestro e ritenuto l'autorità capace di rispondere a tutte le questioni irrisolte del tempo messianico. Egli appare come il precursore del Messia e gli si attribuisce una partecipazione sempre più attiva alla redenzione dell'umanità [...] Elia è la figura più amata nel folklore giudaico, forse anche per il fatto che egli risulta sempre molto attento alle necessità di esso. Per gli ebrei Elia è un personaggio vivente, che non appartiene solo al passato e che accompagna Israele nel suo continuo pellegrinaggio nel mondo. Nei pericoli è avvocato e soccorritore del popolo giudaico".

Gerusalemme

Nella norma di vita che i primi eremiti sul monte Carmelo chiesero e ottennero da sant'Alberto, patriarca di Gerusalemme, vi è un costante riferimento alla prima comunità gerosolimitana, cioè quella prima chiesa di giudei che divenne la Chiesa madre di tutte le chiese. Chi conosce anche solo vagamente la storia della Chiesa e soprattutto la storia dei momenti critici di essa, sa di sicuro come la memoria della chiesa primitiva e soprattutto lo stile di vita dei credenti di Gerusalemme (At 2 e 4) sempre hanno costituito un modello, un esempio, un'ispirazione stimolante. Quando poi si pensa a quanto i crociati sognassero di raggiungere Gerusalemme, di contemplare "le sue mura", di salutarla da lontano e di venerare i luoghi che ricordavano episodi della vita di Cristo, allora si capirà come Gerusalemme fosse davvero il centro di tutti i sospiri e i progetti di coloro che andavano verso la Terra Santa. Se questo era il clima generale di tutto l'Occidente, bisogna sospettare che anche i carmelitani ne dovevano essere pervasi, arrivando al punto da individuare nell'ideale di Gerusalemme il nucleo centrale e intenzionale della Regola.

Ma quale Gerusalemme i pellegrini andavano a contemplare? O quale Gerusalemme i crociati volevano conquistare? Gerusalemme appartiene a Israele per vocazione divina. C'è una visione cristiana di Gerusalemme, c'è un affetto cristiano per Gerusalemme, c'è un legame forte dei cristiani con la città santa, ma questo non può significare appartenenza, o possesso da parte di quelli la cui vocazione è di essere, secondo l'autore Diogneto, "senza una patria" (V, 1 ss). La Chiesa per vocazione è paroikìa (esilio) e i cristiani sono pàroikoi (1 Pt 2, 11) perché la loro patria è nei cieli. I cristiani, indubbiamente, hanno un legame con la terra d'Israele e con Gerusalemme, ma il legame più manifesto oggi è quello con i cosiddetti luoghi santi, il legame dei pellegrini cristiani che visitano il paese fin dal IV secolo, legame che è vissuto come un diritto di proprietà dei luoghi dei "passi di Gesù", come un memoriale dell'incarnazione. Io credo che questo legame con il luogo della tomba vuota, con il cenacolo o con il monte degli Ulivi è sacrosanto, ma è un legame che non deve mai essere isolato dalla visione di tutta la terra, di tutta Gerusalemme nella storia da Abramo fino al muro occidentale del Tempio, storia che è quella del popolo delle promesse e delle benedizioni, di tutto il popolo d'Israele che ancora oggi è una realtà vivente in alleanza con il suo Dio.

Ci viene quasi spontaneo il dedurre che i primi eremiti del Carmelo non avessero affatto questa "visione" della Terra Santa, la prospettiva ecumenica nel medioevo era davvero tanto lontana... Ma ci sono alcuni indizi che fanno pensare ad una certa consapevolezza "ebraica" dei carmelitani nel loro rapporto con Gerusalemme.

La Sacra Scrittura, ad esempio. Nella Regola del Carmelo è forte l'insistenza di nutrirsi della Parola di Dio, di meditare giorno e notte la legge del Signore (cfr cc. 10 e 1916). La stessa Regola è inzuppata di passi biblici, dell'Antico e del Nuovo Testamento: "per i cristiani che leggono, pregano, credono, aderiscono alle Scritture, Gerusalemme è innanzitutto una realtà precisa, localizzabile, storica, non trasportabile e non scambiabile. Il cristiano [o il carmelitano] che legge la Bibbia deve fare molta attenzione: il carattere teologico di Gerusalemme è inseparabile dal suo esistere reale di comunità di credenti nella storia, quale città. "Il Signore è là!" (Ez 48, 35), precisamente là, localizzabile là, in Gerusalemme". Risulta difficile pensare che i primi carmelitani, sprofondando nella pagine della Bibbia, non abbiano percepito lo spessore di carne e di pietre di tutta l'intera storia della salvezza! Cantando "le mura di Gerusalemme e i suoi baluardi" (sal 121), come credere che non abbiano avuto presente la città reale, umana, geografica, biblica e storica, città con la polvere delle sue case? Gesù, il Signore del luogo che i carmelitani avevano scelto di servire, nella preghiera e in santa penitenza, non è il Messia che realizza la Legge e i Profeti? È impossibile che la pagina genealogica di Gesù, nei vangeli di Mt e Lc, non abbia evocato in loro profonde risonanze sul vissuto religioso del popolo giudaico: si veda, per esempio, la seconda strofa dell'inno "Flos Carmeli" che chiama Maria Radix Jesse.

Ma c'è un'altra traccia che lascia intravedere quanto attingessero dall'ebraismo, una traccia trascurata quanto palese:

Le leggende. Oggi, a noi, la leggenda non dice nulla, ci sembra pura fantasia, un'invenzione da screditare. Per l'uomo del medioevo non era così: egli era attento e sensibile al simbolismo, ai significati spirituali, e non narrava la storia così come facciamo noi, troppo preoccupati a documentarla e a definirla. La leggenda era una sorta di letteratura nel medioevo, e rispondeva al bisogno di assimilare valori vitali attraverso un linguaggio simbolico. Abbiamo già visto come i primi carmelitani facessero proprie leggende eliane di origine rabbinica-talmudica; ma tante altre leggende hanno questa origine ebraica come se questa fosse un canovaccio, un filo conduttore.

Ad esempio una leggenda diceva che la famiglia di Gesù dimorava a Nazareth ed usava visitare, di quando in quando, i pii eremiti carmelitani che vivevano sul monte Carmelo. Questi conoscevano l'eccelsa dignità di Maria Santissima attraverso la visione del loro fondatore, il profeta Elia, che la vide prefigurata nella nuvoletta apportatrice di pioggia copiosa e benefica, dopo tre anni di siccità. E in suo onore avevano edificato un tempio. In occasione delle ricordate visite essi andavano incontro alle persone sacre, conducendole poi in processione alla cappella, per prestare ad esse gli omaggi della loro profonda venerazione. Sant'Anna, Maria Santissima e il Divino Infante prendevano posto sull'altare e veniva acceso un candelabro a sette braccia. Il candelabro a sette braccia è la menorah. Un'altra leggenda parla dell'incontro di Maria con le vergini sue compagne sul Carmelo, affermando che le donne ebree di Nazareth sono le più belle di tutta la regione e questo era stato loro concesso da santa Maria che affermavano essere loro parente. Qui si parla di "donne ebree", parenti della Madonna, e i carmelitani si designano come Fratelli della Beata Vergine Maria.

Ancora un'altra leggenda che si riferisce alla nascita di Elia: "fu un uomo di Dio della tribù di Aronne, della quale tribù nacque la vergine Maria, Sobach. Fu della città Tisbe, che è della provincia di Galaad. E questo Sobach ebbe un figliolo: si chiamava Elia di Tisbe. Dice lo scrittore Pietro Mangiante sopra i quattro libri dei Re: leggesi che Sobach, padre di Elia profeta, innanzi che nascesse Elia vide in sogno l'angelo che gli dimostrava uomini vestiti di bianco, i quali salutavano Sobach. Dopo tale visione andò in Gerusalemme e lo disse ai saggi: e gli fu risposto dagli uomini sapienti queste parole: il fanciullo, il quale nascerà dalla tua donna, giudicherà il popolo di Israele con la spada di fuoco". Alla leggenda si aggiunse anche il particolare che gli uomini vestiti di bianco veduti nel sogno dal padre di Elia, Sobach, altri non fossero che i carmelitani che il fanciullo avrebbe fondato. Da notare che tale leggenda, oltre a contenere nomi e luoghi tipicamente giudaici, fu rappresentata in una tavola dal pittore Pietro Lorenzetti (oggi conservata nella pinacoteca di Siena e che risale al 1329) e in questo dipinto addirittura viene raffigurato un tallit, lo scialle che gli ebrei tuttora usano per la loro preghiera. Che cosa spingeva i carmelitani ad usare simboli e midrashim ebraici? Forse inconsapevolmente cercavano le radici della fede cristiana?

Sono veramente tanti gli indizi che ci inducono a pensare quanto la prima generazione dei carmelitani formasse la sua storia e spiritualità su una base di letteratura e liturgia giudaica e come ciò abbia influito sulla loro visione "israelitica" della città di Gerusalemme. "Da tutti questi elementi possiamo dire che - anche se non esistono prove assolute del legame fra progetto di vita e ispirazione gerosolimitana - tuttavia ci sono moltissimi spunti del testo e dell'ambiente, che sembrano condurre verso questa linea. Così appare significativo che coloro che erano partiti dall'Europa per arrivare a contemplare i luoghi dove si era "manifestata la bontà di Dio nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini" (1 Tito 3, 4), non potendo arrivare fino alla città santa, occupata dai Saraceni, abbiano cercato di ricostruirne i simboli e i valori nel luogo dove si erano ritirati. Così si manteneva viva la speranza di vedere Gerusalemme terrena..." la città di Davide, il luogo santo che era ed è una sola realtà, un luogo preciso, una entità storica legata in modo inscindibile alla storia di Israele, il popolo di Dio. Solo in questo senso può capirsi l'invito di un noto autore carmelitano: per legittima dilatazione di significato delle origini, i carmelitani possono avere un ruolo più attivo nel dialogo con gli eredi della Terra Promessa (arabi, palestinesi e israeliti); avere maggiore attenzione ai legami spirituali e culturali con la loro esperienza; sentirsi responsabili dell'incontro fra Oriente e Occidente, fra le rispettive saggezze spirituali (mistiche, simboliche, iniziatiche). Le antiche vicinanze geografiche potrebbero stimolare un recupero vitale espresso in termini nuovi. È come fare ancora la "peregrinatio hierosolymitana" ma in prospettive innovative.

È una sfida e una nuova profezia rivolta a tutti i carmelitani di prendere coscienza della nostra tradizione ed eredità e farne la nostra missione oggi, in risposta agli auspici dei documenti magisteriali della Chiesa (cfr dichiarazione Nostra Aetate, i Documenti ufficiali della Pontificia Commissione per i Rapporti con l'Ebraismo, i Discorsi e i gesti significativi di Giovanni Paolo II durante il suo viaggio in Israele nell'anno giubilare del 2000).

Nella Regola

Al capitolo 9 la Regola dice: la cella del Priore sia presso l'entrata del luogo di abitazione, così che egli possa essere il primo ad accogliere coloro che vi giungano da fuori... È forse un accenno all'ospitalità abramitica (cfr Gen 18, 1-5)?

Al capitolo 10 si raccomanda di meditare giorno e notte la "legge del Signore" (cfr Salmo 1). Quest'ultima espressione è tipicamente veterotestamentaria e nel linguaggio ebraico designa la Torah. Anche i rabbini raccomandano insistentemente ai loro discepoli di meditare la Torah: "l'ebraismo è chiamato civiltà del commento. "La Torah non è in cielo" (Dt 30, 12), ma nel commento: l'uomo cerca con ansia la Parola autentica di Dio, e Dio gli viene incontro: "la Parola è vicinissima a te, è sulla tua bocca, nel tuo cuore" (Dt 30, 14): nel cuore umano è presente lo Spirito che permette percezione e adeguamento della Parola ai tempi: così il commento è una progressiva teofania di Dio".

Quasi tutto il capitolo 12 si ispira al modello della primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme: "nessuno dei fratelli dica che qualche cosa è di sua proprietà, ma tutto sia in comune tra di voi e si distribuisca a ciascuno quello di cui ha necessità, per mano del Priore [...], tenendo conto dell'età e dei bisogni di ciascuno".

Il progetto di collocare la cappella in mezzo alle celle del capitolo 14 ("l'oratorio costruitelo in mezzo alle celle, se si può fare con una certa comodità...") richiama perfino alla lettera l'edificazione del nuovo tempio descritta da Ez 48, 8 "in mezzo alle tribù il santuario".

Il capitolo 19, proprio al centro, contiene una parte dello Shema Israel: "rivestitevi della corazza della giustizia per poter amare il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutte le forze...". Con tutta probabilità, in questo versetto della Regola, l'autore si ricollega a Lc 10, 27 ma la citazione evangelica è desunta da Dt 6, 4-9, lo Shema, il credo per eccellenza dell'ebraismo, il cui uso liturgico e l'obbligo di recitarlo mattina e sera è attestato storicamente già un secolo prima dell'era cristiana e di esso si sono nutriti giorno dopo giorno Gesù, la Vergine Maria, gli Apostoli e le prime comunità cristiane.

Anche il riferimento nei capitoli 20-21 all'apostolo Paolo, a colui che superava nel giudaismo la maggior parte dei suoi coetanei e connazionali (Gal 1, 13-14), in quanto, come fariseo, era vissuto nella setta più rigida della religione ebraica (At 26, 4-5), può leggersi entro questa tematica. Certamente sarebbe troppo riduttivo prendere l'esempio di san Paolo solo per quel che riguarda il lavoro e il silenzio, come sembra dalla stringatezza letterale dei suindicati capitoli. I primi carmelitani, abituati alla lettura e alla meditazione della Parola, e spronati dalla stessa Regola a imitare le gloriose gesta dell'Apostolo ("seguendo lui non potete sbagliare") non avranno certo ignorato quelle pagine mirabili dove l'ebreo Paolo di Tarso, beniaminita, parla del "resto d'Israele" (Rom 9 e 11) e della irrevocabilità dell'elezione divina.

Negli Scritti

Nei primi testi medievali degli autori dell'Ordine si trova il tentativo di spiegare in modo spirituale il nome "Carmelitano", e in questi testi ricorre frequentemente la definizione "scienza della circoncisione". Fra gli altri, riportiamo un passo di Tommaso Bradlhey: "e giustamente i Fratelli della circoncisione sono chiamati Fratelli della Beata Maria Vergine: infatti il Carmelo, per comune interpretazione, è ciò, cioè che conosce la circoncisione". Come non trovarvi un'eco della circoncisione prescritta da Dio nella sua alleanza con Abramo (Gen 17, 10-11) e della "circoncisione del cuore" di cui parla Geremia (4, 4) e san Paolo (Rom 2, 25-29)? Sempre a proposito di circoncisione, riferiamo una credenza diffusa nell'ebraismo, ripresa e commentata da autori carmelitani. Così Daniele della Vergine Maria nel suo Phoenix saeculorum la ricorda: "è tradizione presso gli ebrei che a Elia sia stata donata questa grazia "di conoscere le cose che avvengono nel mondo e di curarsi di queste", in modo che non vi sia nessuna circoncisione alla quale Elia non sia invisibilmente presente".

Altri scritti dei primi autori carmelitani si riallacciano in qualche modo al giudaismo. Giovanni di Hildesheim, nel suo "Dialogus inter directorem et detractorem" parla di un ricco giudeo, presso il quale si riunivano gli altri poiché era il più ragguardevole, che viveva a Tolosa in Francia, e lì fu favorito da una visione della Vergine che gli appariva sopra un albero del suo frutteto. Consigliatosi con un sacerdote da lui stimato, donò la campagna dove gli appariva la Vergine ai carmelitani, che non avevano ancora un convento in quella città, e dopo si fece battezzare con tutta la sua famiglia.

Un altro autore carmelitano, Giovanni Hornby, nella sua difesa del titolo mariano dell'Ordine adduce tra le sue argomentazioni il rapporto di stirpe dei "fondatori" del Carmelo (Elia e Maria provenienti entrambi dalla stirpe di Aronne), ed anche il fatto che il primo convento a Gerusalemme venne fondato presso la Porta d'Oro, luogo dell'incontro tra Gioacchino ed Anna, con concepimento di Maria.

Anche autori carmelitani contemporanei, che descrivono la mistica del Carmelo, sentono come la "necessità" di rifarsi a scrittori e filosofi ebrei.

Nella vita

C'è un elemento particolarissimo che conferma quanto il Carmelo sia legato all'ebraismo: gli ebrei che, passati al cristianesimo cattolico, sono entrati nell'Ordine Carmelitano. Come mai l'ebreo cristiano, che non fa mai una scelta che rinnega le sue radici, si sente a proprio agio nel Carmelo? Cosa vi sente di familiare, di "conosciuto"?

Proponiamo adesso quattro figure di ebrei che, con vocazioni diverse, hanno vissuto la spiritualità carmelitana. Volutamente tralascio la leggendaria pseudobiografia di Sant'Angelo martire, scritta da un certo Enoch, secondo il quale Angelo sarebbe figlio di ebrei, ma tale racconto biografico, secondo gli storici, non merita alcuna fiducia, anche se verrebbe da chiedersi come mai i primi carmelitani vollero il loro primo santo martire proveniente dalla razza ebraica... Comunque, lasciando da parte l'intento parenetico del racconto, iniziamo con la figura più conosciuta e più luminosa, un vero astro del firmamento della santità: santa Teresa Benedetta della Croce, più famosa con il suo nome di Edith Stein. Nata a Breslavia (città tedesca al tempo di Edith, oggi appartenente alla Polonia) il 12 ottobre 1891, apparteneva a una famiglia di razza e di fede ebraica, ciò nonostante a vent'anni circa si definì atea. Filosofa, conferenziera e appassionata ricercatrice della verità, incontrò Cristo attraverso la lettura delle Opere di santa Teresa d'Avila, nell'estate del 1921. Con la conversione sentì immediatamente la vocazione al Carmelo, ma dovette attendere dodici anni prima di entrare nel monastero delle carmelitane di Colonia. La persecuzione nazista non la risparmiò: morì ad Auschwitz il 9 agosto 1942, assieme alla sorella Rosa, anch'ella passata al cattolicesimo e divenuta terziaria carmelitana.

Quando cominciò a capire - in un progressivo processo di approfondimento e conoscenza della fede - che Gesù di Nazareth, Maria vergine e i primi apostoli erano ebrei, da questa consanguineità sentirà un santo orgoglio. Scriveva: "Lei non sa che cosa significhi per me essere figlia del popolo eletto, e appartenere a Cristo non soltanto spiritualmente, ma anche nella parentela di sangue". Giovanni Paolo II, durante la canonizzazione di Edith Stein, auspicava che la sua testimonianza "valga a rendere sempre più saldo il ponte della reciproca comprensione tra ebrei e cristiani".

Un'altra figura, stavolta maschile, è quella di P. Daniele Oswaldo Rufeisen, nato in Polonia da famiglia ebrea nel 1922. Durante la bufera della seconda guerra mondiale, nella quale perse i genitori ad Auschwitz, visse nascosto dalle suore risurrezioniste, ricevette il battesimo e poi entrò al Carmelo. Essendo ebreo, desiderava andare in Israele per annunciare Cristo. E infatti, nel maggio del 1959, lasciata la Polonia, si stabilì nel monastero "Stella Maris" sul monte Carmelo, culla dell'Ordine Carmelitano. All'inizio si occupò soprattutto delle coppie miste cristiano-ebree, provenienti anzitutto dall'Europa orientale. In seguito creò, presso la parrocchia carmelitana di rito latino in Haifa, la comunità cristiana profondamente inserita nella tradizione e cultura ebraica e di conseguenza si servì della lingua ebraica nella liturgia. Era convinto che soltanto in questo modo si possono ottenere copiosi frutti nel lavoro di evangelizzazione fra gli ebrei. Morì il 30 luglio 1998, all'indomani del suo ricovero in ospedale ad Haifa (Israele) e la sua dipartita fu ricordata anche dai mass media israeliani e dalle comunità ebraiche che tanto lo stimavano.

Quasi contemporanea di padre Daniele è la figura di Odette Fleischmann, nata a Parigi nel 1928. Ella stessa si racconta: "Sono nata in una famiglia ebrea praticante, i miei genitori frequentavano regolarmente la sinagoga. Sono figlia unica... i miei genitori erano molto buoni con me, ma allo stesso tempo io dovevo comportarmi bene. Eravamo felici, ma ecco che scoppia la guerra! In questi frangenti ho vissuto con i miei genitori dei momenti tragici. A quell'epoca dovevamo portare la stella di David, di colore giallo, con la scritta in nero "ebreo". Mamma ed io la portavamo sui risvolti dei nostri cappotti. Mamma, non volendo che soffrissi per gli orrori della guerra, accetta che mi prepari al battesimo. Il 20 dicembre 1942 divento cattolica. Avevo allora 14 anni... Il pomeriggio ricevo il sacramento della Cresima dalle mani del Card. Suhard. Sono felice e se ben ricordo, quel giorno ho detto al buon Dio: io sono tutta per te". Persi entrambi i genitori durante la guerra, Odette matura le esigenze del suo battesimo e nel 1950 entra nella Famiglia Missionaria Donum Dei, affiliata all'Ordine Carmelitano, consacrandosi totalmente a Dio e al servizio dei fratelli. Lavora a Parigi, in Argentina, in Perù donandosi con tutte le sue forze: "è veramente una povera ragazza che hai scelto come sposa del tuo Gesù, [o Maria], una povera ragazza di origine ebrea, che la sua mamma, prima di morire deportata, ha fatto battezzare all'età di 14 anni. Questa povera ragazza, fragile di salute, con sette costole in meno, dal giorno in cui ha accettato di dire sì e di conformare la sua volontà a quella di Gesù si è offerta con tutto l'amore...". Morì in una data assai significativa, il 9 agosto del 2000, festa di santa Teresa Benedetta della Croce: anche Odette, infatti, come Edith Stein, era ebrea e carmelitana.

È del XIX secolo la testimonianza di un altro ebreo carmelitano, Hermann Cohen. Nato ad Amburgo il 10 novembre 1821, figlio di Israele, ragazzo prodigio della tastiera, pianista applaudito in mezza Europa, giovane uomo dissoluto e libertino, entra infine al Carmelo nel 1849 divenendovi padre Agostino Maria del Santissimo Sacramento. Figlio spirituale di Teodoro Ratisbonne (altro ebreo convertito al cristianesimo, gesuita, fondatore, assieme al fratello Alfonso, della Congregazione delle Suore di Sion), lavora per la ricostruzione del Carmelo in Francia e in Inghilterra e, dopo la disfatta francese del 1870, parte come cappellano dei prigionieri e muore a Spandau, presso Berlino, nel 1871.

Conclusioni?

Da quanto si è detto, il Carmelo ha avuto, ed ha ancora oggi fra i suoi membri, ebrei che hanno vissuto la loro conversione ed esperienza cristiana con una consapevolezza profonda ed irrinunciabile di quel vincolo di carne e di sangue che li univa da sempre e per sempre al popolo eletto. Perché gli ebrei cristiani si sentono attratti dal Carmelo? Vi trovano qualcosa della loro tradizione religiosa?

Don Giuseppe Sorani, religioso della Congregazione di don Orione, ebreo, sacerdote ed esegeta, la prima volta che visitò il nostro Carmelo disse, appena entrato: "Sapete qual è la mia prima impressione quando entro in un Carmelo? Di trovarmi in terra d'Israele... e quindi a casa". Lo stesso, durante una conversazione con la nostra comunità, associò la vocazione del popolo ebraico a quella del Carmelo: "Non è forse vero che il vostro Ordine si riallaccia al profeta Elia, il quale difese sul Carmelo l'alleanza e la santità del Dio vivente? E che da Elia avete ricevuto in eredità lo zelo ardente nell'amare il Signore e nel proclamarlo unico Dio? Questa è anche la vocazione di Israele. Pensate quale grande dono: il Signore vi ha fatto partecipi - e l'ha fatto solo a voi - della chiamata unica e irripetibile che ha rivolto al suo popolo. Da quel momento Israele e il Carmelo sono uniti da un'unica vocazione".

Probabilmente ci troviamo davanti ad un'ispirazione profetica che invita il Carmelo a rileggere le sue origini e l'aspetto carismatico proveniente dal fatto che sia nato in Terra Santa. E se fosse davvero un'intuizione che mette in luce il nostro filo d'oro?...