Beato transito di Juan de la Cruz, nostro padre

L'anno dell'Incarnazione di Signore Nostro Gesù Cristo 1591, la notte tra il 13 e il 14 dicembre, il nostro padre Juan de la Cruz, entra nella vita. Il Beato transito avviene nel Convento di Úbeda, nei pressi di Avila, in Spagna. Juan de la Cruz accostando le labbra al crocifisso che tiene in mano pronunzia lentamente le parole di Gesù sulla Croce: "Signore, nelle tue mani affido il mio spirito" e spira. Ha quarantanove anni.

"mi getteranno in un angolo"

Come Juan de la Cruz aveva presagito, al terzo Capitolo Generale di Madrid gli si toglie ogni carica ed ogni autorità; non solo, ma ci si accanisce contro di lui cercando di allontanarlo dalla Spagna.

Siamo in piena estate dell'anno 1591, che sarà l'ultima della sua vita. Fra Juan de la Cruz torna al Convento di Segovia per prendere le sue poche cose personali e per salutare i suoi frati. È stato assegnato conventuale a La Peñuela.

A La Peñuela fra Juan sta vivendo giorni di intensa unione con Dio. La sua anima è giunta ormai a godere di quell'amore eccelso e perfetto che lui stesso chiama unione trasformante e che descrive proprio in quei giorni nella seconda stesura del Libro della Fiamma d'amor Viva, così:

"All'anima accade come al legno il quale, sebbene compenetrato dal fuoco da cui è stato trasformato e unito a sé, quanto più arde tanto più diventa infiammato e incandescente, fino a generare scintille e fiamme".

"nelle tue mani, o Gesù, consegno il mio spirito"

Durante il mese di settembre alle sofferenze morali di fra Juan si vanno aggiungendo in modo crescente quelle fisiche.

Il 12 settembre il male si acutizza e una febbre insistente comincia a tormentarlo da mattina a sera, mentre si accentuano i dolori alla gamba destra. Le sue condizioni di salute si aggravano a vista d'occhio, per cui il Superiore gli comanda di andare a curarsi a Baeza o a Úbeda; fra Juan sceglie Úbeda perché, dice: "a Baeza ho tanti conoscenti che mi vogliono bene, mentre ad Úbeda non mi conosce quasi nessuno".

Seduto su un mulo e accompagnato da un giovane, fra Juan parte per Úbeda febbricitante. I due toccano dapprima il villaggio di Vilches e si dirigono poi verso il Guadalimár che attraversano sul grande ponte in pietra rossa sotto le cui arcate fanno poi una breve sosta. Al giovane accompagnatore che insiste perché fra Juan mangi qualcosa, questi esprime un desiderio: "Non ho appetito di niente, dice, se non di asparagi; ma sono fuori stagione...". E così non prende cibo.

Si intrattengono allora a parlare di Dio quando scorgono, su una pietra non lontana, un bel mazzo di asparagi freschi, legati con un filo di paglia come quelli che si comprano al mercato.

Allora fra Juan dice al giovane di cercare il proprietario, ma non avendo trovato nessuno gli ordina di mettere sulla pietra due monete e di prendere gli asparagi. Il giovane e poi i frati di Úbeda, ai quali li porteranno, riterranno il fatto per miracoloso.

Il Convento di Úbeda non è grande né ricco e, in quei giorni, non è neppure in pace. Il priore, quel padre Francesco Crisostomo che a Siviglia fu redarguito insieme al padre Diego Evangelista da fra Juan, è un tipo altero ed irritabile con i sudditi che lo temono e lo subiscono a malincuore. Egli accoglie freddamente ed anche con ostilità il nuovo venuto e, quasi a vendicarsi dell'antico rimprovero, gli rinfaccia che il Convento è povero e gli assegna la cella più piccola e buia.

Fra Juan lo ringrazia con dolcezza e si sottomette in tutto a lui, anche quando, febbricitante e pieno di dolori, è obbligato ad assistere agli atti comuni. Ben presto però la piaga al piede destro si dilata in cinque bubboni a forma di croce: viene chiamato il medico che decide di incidere.

L'operazione è compiuta in cella, senza anestesia: il taglio, che giunge a scoprire l'osso, è più lungo di un palmo. Vengono estratti pezzi di carne marcia e due scodelle di pus. Fra Juan subisce il terribile squarcio senza emettere un lamento. Alla fine dell'intervento chiede al chirurgo:

"Che cosa mi ha fatto, dottore?"

"Le ho aperto il piede e la gamba", risponde quello, "e mi chiede cosa le ho fatto?"

Le medicazioni sono frequenti e dolorose, e si deve ricorrere alla carità di laici per avere le bende e per lavarle, perché il Superiore non vuole spendere soldi. Per lo stesso motivo anche i pasti vengono preparati fuori Convento da una buona famiglia di Úbeda, e tutto ciò umilia grandemente il malato. In compenso fra Juan è circondato dall'affetto dei frati, alcuni dei quali sono stati suoi religiosi al Calvario e a Granada.

Un giorno il priore, che non vede di buon occhio le premure che l'infermiere, fra Bernardo, ha per il malato, lo toglie dall'incarico.

Fra Bernardo allora, non sopportando il sopruso, ricorre al Provinciale che, come sappiamo, è il vecchio padre Antonio di Gesù (Heredia) con il quale fra Juan aveva iniziato la Riforma Teresiana a Duruelo.

Il padre Antonio viene ad Úbeda, riprende il priore, ristabilisce l'infermiere nella sua mansione e ordina che nulla manchi al malato. Poi, per consolarlo, il padre Antonio ricorda a fra Juan gli anni eroici di Duruelo e di Mancera e i sacrifici sopportati per amore di Dio, ma viene subito interrotto:

"Non mi dica ciò, padre, non mi dica ciò: mi parli piuttosto dei miei peccati...".

Il 12 dicembre, verso sera, fra Juan chiede il Santo Viatico che riceve con visibile amore.

Il 13 dicembre prega il priore di venire da lui: gli chiede perdono del disturbo e delle spese che ha causato al Convento e, indicando l'abito carmelitano, gli dice:

"Padre, ecco l'abito della Vergine che mi è stato dato in uso; io sono povero e non ho nulla con cui essere sepolto; prego perciò Vostra Reverenza di darmelo in elemosina".

Il priore allora si commuove, si mette in ginocchio e gli chiede perdono e la benedizione. Poi esce piangendo dalla cella.

Il giorno 14 fra Juan chiede che gli sia amministrata l'Unzione degli infermi e, ricevutala, prende in mano il Crocifisso, Lo fissa a lungo e a lungo Lo bacia sui piedi. I dolori che lo affliggono divengono sempre più atroci, ma non si lamenta e non chiede sollievo. Sulla spalla destra gli si è aperta una piaga grande come un pugno, ma non dice nulla, neppure al medico.

La sera del giorno 14 chiede all'infermiere che ora sia e, saputo che sono le 22, prega i frati che circondano il suo giaciglio di andare a riposare perché, dice, non è ancora giunta la sua ora. E si raccoglie in preghiera. Quando gli dicono che sono le 23 e 30 fa chiamare i frati e chiede al priore che gli porti il Santissimo Sacramento, per adorarLo ancora una volta sulla terra. Poi chiede nuovamente:

"Che ore sono?"

"Sono quasi le 24" gli vien risposto.

"Ebbene, a quell'ora sarò a cantare Mattutino in Cielo!"

Poco dopo si odono le campane della chiesa di San Salvatore che suonano la mezzanotte, l'ora della recita di Mattutino. Allora lo si vede accostare il Crocifisso alle labbra e dirGli lentamente, parola per parola:

"Nelle tue mani, o Gesù, io consegno il mio spirito".

E con queste parole, senza rantolo né agonia, va a vedere in Cielo quel Gesù che aveva tanto amato sulla terra.

Il corpo di fra Juan non riposa ad Úbeda: esso è ritornato a Segovia, nella chiesa del suo Convento, ove una tomba gli è stata eretta dalla pietà e dall'amore dei fedeli.

Ma il suo spirito è nella gloria di Dio; ed è accanto a noi, per guidarci ancora, come fece quando era vivente sulla terra, alla vetta del monte santo della perfetta e beatificante unione con la divina Trinità.