Edith Stein

Ebrea di origine, nacque a Breslavia, l'odierna Wroclaw, nella Slesia, il 12 ottobre 1891. La data, che corrisponde alla festa ebraica più importante, Yom Kippùr (ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell'espiazione), contiene in sé qualcosa di caratteristico e simbolico. Yom Kippùr è il giorno considerato come il giorno ebraico più santo e solenne dell'anno. Era infatti per gli ebrei l'unico giorno dell'anno in cui al Sommo Sacerdote era consentito di entrare nel Santo dei Santi, all'interno del Tempio di Gerusalemme, per implorare la misericordia di Dio per l'anno nuovo, la confessione dei peccati e la riconciliazione fraterna.

Edith, ultima di una numerosa nidiata, era figlia di Siegfried Stein e di Augusta Courant, entrambi ebrei da molte generazioni.

La piccola non aveva tre anni, quando le morì improvvisamente il padre. La madre, rimasta vedova ancora giovane, si trovò di colpo sulle spalle, gravata di debiti, il peso dell'azienda avviata dal marito, commerciante di legnami, e quello dell'educazione dei figli. Era una donna forte, di grande senso pratico, di una religione profondamente vissuta, di una morale che inculcava ai figli più con l'esempio che con la parola. Edith, la sua figlia prediletta, era una bambina molto intelligente e perspicace; terminate le medie inferiori tutti si aspettavano che si sarebbe iscritta al liceo. Fra lo stupore generale invece, Edith lasciò la scuola. La madre non le si oppose in questo e, trovandola forse un po' gracile, le fece cambiare aria e ambiente e la mandò a dare una mano nelle faccende dalla sorella Elsa, sposata ad Amburgo e madre di due piccole.

Con la sorella Edith si trovò bene: ripensò seriamente al suo avvenire e confidò alla mamma, con grandissima gioia di quest'ultima, di voler riprendere gli studi per poi frequentare anche l'Università. Frequentò il liceo in modo brillante, emergendo sempre come la migliore nella classe, stimata da tutti i professori per la "profondità delle sue cognizioni".

Scrive una sua compagna, alle soglie dell'Università: "Edith passava in mezzo a noi assolutamente inosservata, malgrado la reputazione della sua intelligenza superiore... Personcina sottile e fragile, insignificante e come incantata dalla profondità della sua riflessione...".

All'Università ella si iscrisse alla facoltà di filosofia: era proprio lo studio a lei più congeniale, la via più giusta per raggiungere la verità. Di fatto, fin dall'adolescenza, Edith si era allontanata dalla fede ebraica: a ventun anni si dichiarava incapace di credere nell'esistenza di un Dio personale. L'ambiente nel quale Edith venne a trovarsi fin dall'inizio della sua vita universitaria, i maestri che v'insegnavano, offrivano quanto di meglio si potesse desiderare per un vero successo negli studi. Ella, con tutto il suo ardore, si diede allo studio e vi s'immerse: ma quale tipo di pensiero seguire? I risvolti del positivismo non riuscivano ad appagarla: le venne in aiuto la lettura di Ricerche logiche di Edmund Husserl.

Egli era il fondatore della corrente filosofica detta fenomenologia, metodo in cui si toglie ogni pregiudizio all'indagine del pensiero e si arriva alle cose stesse. La Stein, amante di certezze, si sentì attratta verso questo modo di vedere le cose. Abbandonò per questo l'Università di Breslavia, per vivere a Gottinga, dove insegnava Husserl.

Questi, come la conobbe, l'ammirò e la stimò. Si trattò di una reciproca stima: Husserl era un ricercatore sincero della verità, di nobiltà d'animo e di una radicale onestà intellettuale.

Quando Husserl nel 1916 si trasferì a Friburgo, prese la Stein come assistente privata: per lui fu un vero aiuto, per lei fu un lavoro molto faticoso. Edith intuì che non poteva proseguire e lo lasciò gradatamente e poi del tutto nel 1918.

In questo periodo ci fu nella vita di Edith una parentesi sentimentale: un sincero amore per un giovane filosofo. A questo se ne aggiunse, più tardi, un secondo. Ma entrambe le volte non fu ricambiata nel suo amore e, per questo, ebbe molto a soffrire e quasi rasentò un esaurimento. Non erano questi evidentemente i disegni di Dio su di lei.

Al primo entusiasmo per la fenomenologia, seguì una certa delusione: ella cercava non solo un metodo di ricerca di verità, ma la verità stessa. La grazia di Dio, a poco a poco, scavò in profondità nella sua anima. Un primo incontro col cristianesimo avvenne con lo studio del Padre nostro; testo ordinario degli studenti tedeschi.

Ebbe un secondo incontro con la religione cristiana in alcune conversazioni religiose tenute da Max Scheler, studioso convertito alla fede cattolica: contatti questi con un mondo a lei del tutto sconosciuto.

Il primo colpo di grazia però avvenne imprevedibilmente: fu la rivelazione della Croce, dopo l'incontro con la signora Reinach. Era infatti stata pregata da lei, rimasta vedova dopo la morte in guerra del marito, di riordinare le opere da lui lasciate.

Edith si aspettava di trovare nella vedova del suo antico maestro una vita spezzata dalla sventura: le apparve invece una persona perfettamente rassegnata alla divina volontà, dal cui volto emanava quasi una luce misteriosa. La Stein comprese da allora il valore e il significato della Croce e della passione salvifica di Cristo.

Nascita di una vocazione

Il colpo di grazia definitivo però lo ebbe alla lettura dell'Autobiografia di Santa Teresa di Gesù, che già conosceva. Mentre si trovava da sola una sera in casa dei suoi amici Conrad-Martius, le capitò tra le mani la Vita di S. Teresa scritta da lei stessa. Ne cominciò la lettura e ne rimase talmente presa che non l'interruppe finché non fu arrivata alla fine. Concluse poi: "Questa è la verità!" E fu il vero principio della sua conversione.

Nella mattinata seguente andò in città a comprare un catechismo e un messale. Si recò presso la sacrestia della chiesa e chiese subito al sacerdote celebrante di poter ricevere il Battesimo.

Questi rimase perplesso e le disse che ci voleva prima una preparazione. Edith allora gli chiese di esaminarla: il sacerdote lo fece e ne rimase disarmato. Così il 1° gennaio del 1922, all'età di trent'anni, dopo una notte passata in preghiera, Edith Stein ricevette il Battesimo, con il nome di Teresa Edvige, e l'Eucaristia.

Quando la famiglia venne a saperlo, ne rimase profondamente colpita: in particolar modo la madre.

Edith affrontò direttamente la situazione e un giorno, in ginocchio davanti a lei, le disse: "Mamma, sono cattolica". Il dolore della madre non ebbe reazioni violente: si sciolse in pianto. Restarono a lungo abbracciate, confondendo le loro lacrime.

L'anno seguente, il 2 febbraio 1923, ella ricevette la Cresima; conobbe anche Mons. Schwind, che divenne il suo primo padre spirituale. Edith avrebbe voluto consacrarsi fin d'allora a Dio nella vita monastica, ma Mons. Schwind non glielo permise. Le trovò invece un posto da insegnante presso l'Istituto Santa Maddalena a Spira, diretto dalle Suore Domenicane: vi avrebbe potuto insegnare, continuare a studiare filosofia e conoscere meglio la volontà di Dio.

Fu difatti assunta all'Istituto Santa Maddalena come insegnante di lingua e letteratura tedesca. Adempì molto bene a questo compito, conquistandosi la stima e l'affetto delle sue scolare, testimoniando loro la sua completa personalità di donna autentica, per le sue facoltà di intelligenza e di spirito.

"Era una donna perfettamente equilibrata" disse a buon diritto una delle sue allieve.

Edith si diede nel frattempo alla lettura delle opere di S. Tommaso e giunse a conoscerne il pensiero, di cui le piaceva il rigore e la sistematicità dottrinale. Ella notava però alcuni contrasti con il metodo di Husserl: di qui la necessità per la neo convertita di ripensare filosoficamente; scriverà: "La fenomenologia di Husserl e la filosofia di S. Tommaso", testo in cui, chiaramente, contatti e differenze emergono.

L'orario delle Suore Domenicane era diventato il suo orario e suoi erano diventati i loro momenti di preghiera: si esercitò nell'umiltà e nel distacco da se stessa e da ogni cosa che non portasse a Dio.

L'interesse suscitato intorno al suo nome, l'inaspettata conversione e la sua fama nella ricerca filosofica, le sue numerose amicizie fecero sì che ella fosse spesso invitata a tenere conferenze culturali, filosofiche e di ordine sociale.

Ella però sperimentava l'insufficienza dell'apostolato diretto e sentiva l'urgenza viva dell'olocausto di se stessa... L'attrazione per la vita carmelitana, nata con la sua stessa conversione, cresceva in lei di giorno in giorno.

Mons. Schwind era morto improvvisamente: grande perdita per Edith. Alcuni mesi dopo la sua morte si era recata alla celebre Abbazia di Beuron per passarvi la Settimana Santa. Qui trovò il nuovo direttore spirituale nella persona dello stesso abate Walzer.

Di lei egli dirà: "Raramente ho incontrato un'anima che riunisse in sé tante eminenti qualità, e tuttavia era la semplicità e la naturalezza in persona... Arricchita di numerose grazie mistiche, nel vero senso della parola, non vi era in lei nemmeno l'ombra di un atteggiamento di superiorità o ricercatezza: semplice con i semplici, dotta con i dotti, ma senza nessuna presunzione...".

L'Abate di Beuron non solo non acconsentì a che ella abbracciasse la vita religiosa, ma, almeno per il momento, la distolse. Avrebbe potuto fare molto bene anche nel mondo.

La consigliò di lasciare l'insegnamento e di dedicarsi alle numerose conferenze e allo studio delle ricerche filosofiche su S. Tommaso. Ella, in seguito, dopo ripetuti scacchi per ottenere la libera docenza, accettò di far parte del corpo insegnante dell'Istituto di Pedagogia Scientifica a Münster, dimorando presso il Marianum, dove rimase poco più di un anno.

La notarono tutti, quale persona che irradiava un'energia raccolta, caratteristica di chi possiede una grande vita interiore. "Era la docente - scrive una delle sue allieve - che difendeva più di tutti, senza compromessi, il punto di vista cattolico".

Il nazionalsocialismo le tagliò bruscamente la strada. Tra le leggi emanate dai nuovi detentori del potere in Germania, vi fu l'esclusione degli ebrei dai pubblici impegni. Anche la Stein ne fu colpita: nel 1933 tenne la sua ultima lezione.

Volendo fare tutto il possibile in favore dei perseguitati, pensò di recarsi a Roma, a chiedere un'udienza al Papa: impossibilitata, raggiunse il Sommo Pontefice con un suo scritto, perché facesse un'enciclica in proposito. Ma non fu apparentemente ascoltata.

Qualche tempo dopo, in viaggio verso l'Abbazia di Beuron, si fermò a Colonia. Alle otto di sera si trovò al Carmelo della città, per passarvi l'Ora Santa. "Mi rivolsi al Redentore - ella ricorda - e gli dissi che sapevo bene come fosse la sua Croce che veniva posta in quel momento sulle spalle del popolo ebraico... quelli che avevano la grazia di intenderlo avrebbero dovuto accettarla a nome di tutti... Mi sentivo pronta, e domandavo soltanto al Signore che mi facesse vedere come dovevo farlo. Terminata l'Ora Santa, ebbi l'intima certezza di essere stata esaudita...".

Falliti dunque i tentativi per la libera docenza, stroncata la carriera scientifica, pensò più che mai al suo vivo desiderio di consacrarsi tutta a Dio. Col permesso dell'Abate Walzer, si presentò alla grata del Carmelo e disse alle Madri: "Non è l'attività umana che ci può salvare, ma soltanto la Passione di Cristo: partecipare ad essa, ecco la mia aspirazione". Le Madri furono soddisfatte.

Soggiornò per un mese nella foresteria del Monastero di Colonia e ne fu felice. Si portò poi a Breslavia, per avvisare i suoi: la separazione da loro fu molto dolorosa, specialmente quella dalla mamma. Fu per entrambe un vero martirio: Edith ne uscì vittoriosa. Il 14 ottobre 1933 varcò la soglia del Carmelo "in profonda pace".

Si trovò nel Carmelo pienamente a suo agio, anche se l'adattarsi alle consuetudini della vita claustrale le costò fatica. Non aveva pratica di faccende domestiche, non sapeva cucire, né cucinare. Questo le fu causa di molte umiliazioni.

Il 15 aprile 1934 fece la sua Vestizione, che riuscì oltremodo solenne: prese il nome di Teresa Benedetta della Croce. Molti tra gli invitati erano docenti universitari, compagni di studio, studenti e donne cattoliche. Furono pubblicati anche articoli sui giornali.

Dopo l'anno di noviziato fu esonerata da altri incarichi dal Padre Provinciale, perché portasse a termine il suo lavoro filosofico Essere finito ed Essere eterno ed altri articoli, biografie e opuscoli.

Il 21 aprile 1935, domenica di Pasqua, pronunciò i suoi voti religiosi. Il tempo trascorso da Teresa Benedetta dopo la professione religiosa fu caratterizzato da una profonda pace.

Il giorno in cui rinnovò i suoi voti, morì sua madre e il Natale dopo la sorella Rosa ricevette il Battesimo.

Le notizie sulla persecuzione degli ebrei diventavano sempre più allarmanti: fu in questo clima che Teresa Benedetta pronunciò i suoi voti perpetui, il 21 aprile 1938 che cadeva di Venerdì Santo.

Ricevette il velo nero, da professa solenne, il giorno del Buon Pastore. La violenza antigiudaica nel Reich si era scatenata in maniera impressionante. Nessun ebreo era più sicuro: si cercava scampo all'estero.

L'origine ebraica di Teresa Benedetta era nota alla polizia germanica fin dalle elezioni politiche. S'imponeva a lei ormai la fuga. Dove? Si pensò ad una località più accessibile della Terra Santa: l'Olanda.

Accompagnata dal medico della comunità, Edith varcò il confine tedesco per raggiungere Echt, in Olanda. La nuova comunità l'accolse con affettuosa simpatia. Qui continuò la sua attività letteraria: scrisse l'opera Scientia Crucis, senza poterla rivedere completamente.

Quando ci fu l'illegittima occupazione germanica della neutrale Olanda, anche ad Echt, Teresa Benedetta non si sentì più al sicuro. Alcuni amici svizzeri si presero allora a cuore la sua sorte e quella della sorella Rosa, che, nel frattempo, l'aveva raggiunta.

Ricevettero dalle autorità tedesche un trattamento molto villano. In seguito, per rappresaglia alla lettera dei vescovi olandesi, in difesa degli ebrei, il 2 agosto, tutti gli ebrei cattolici furono arrestati. Al Carmelo di Echt si era ben lontani dal prevedere una simile catastrofe: alle 17.00, mentre le religiose si trovavano in coro, due SS si presentarono al Carmelo: cercavano suor Stein.

Dissero: "Entro cinque minuti la suora deve essere con noi". Poterono darle solo una coperta, un bicchiere, un cucchiaio e viveri per tre giorni. Inutili le proteste. La sorella Rosa l'aspettava già alla porta. Furono entrambe fatte salire su una camionetta, dove già si trovavano altre vittime.

Teresa Benedetta non pronunciò quasi più parola: appariva come spiritualmente assorta. Arrivarono a Westerbork, dove i cattolici di stirpe ebraica furono isolati dagli altri.

Un certo ebreo, poi sfuggito alla deportazione, scrisse di lei: "Fra i prigionieri che mi furono consegnati il 5 agosto, mi colpì Teresa Benedetta per la sua grande calma e per la pace che diffondeva intorno a sé... l'angoscia dei nuovi arrivati nel campo era indescrivibile... Molte mamme erano vicine ad impazzire... Teresa Benedetta si interessava dei loro poveri bambini, li lavava, li pettinava, cercava il cibo per loro... Durante il tempo della sua permanenza nel campo si dedicò a lavare e a fare pulizia, occupandosi continuamente in opere di carità...".

La notte tra il 6 e 7 agosto dovette partire per Auschwitz dove, stando alla prassi nazista e alle sue documentazioni, lei e la sorella morirono il 9 agosto, portate alle famose docce che emanavano gas.

Teresa Benedetta aveva scritto nella Scientia Crucis, ultima sua opera, che per parlare della Croce bisognava sperimentarla. Ella l'abbracciò e la sperimentò fino in fondo per amore del suo popolo!

Della illustre fenomenologa Edith Stein pochi studiosi avrebbero saputo; della cristiana ebrea deportata, Teresa Benedetta della Croce, molti di più sanno con ammirazione, e ancor più sapranno.