L'hanno incontrata nei giorni della passione

Un lavoro paziente durato diversi anni ci permette oggi di ricostruire attraverso molteplici testimonianze l'ultima settimana di vita di suor Teresa Benedetta della Croce e di sua sorella Rosa Stein. Non furono sole, con loro vi erano molti altri ebrei arrestati dalle SS per il fatto di essere battezzati, come atto di rappresaglia alla forte protesta delle Chiese d'Olanda che avevano osato sfidare apertamente il regime totalitario di Hitler.

Primo Teste - RICHARD STERN ebreo (32 anni)

Relazione del 22 maggio 1987 sull'incontro con suor Teresa Benedetta il 4 agosto 1942 nel lager di Westerbork

All'epoca ero ancora un giovane ebreo (32 anni) ed impiegato presso il Consiglio Ebraico nel lager di deportazione di Westerbork. Il mio lavoro consisteva nel registrare i prigionieri appena arrivati, soprattutto i beni in loro possesso e quelli lasciati a casa. Ma questo è un capitolo a parte.

Un giorno mi si presentarono all'imbrunire delle monache con la stella di Davide color giallo sul saio bruno. Eravamo già abituati a queste scene. Nel lager c'erano già numerosi ebrei battezzati fra cui anche due pastori protestanti. Al momento non sapevamo che si trattasse di una vendetta del Servizio di Sicurezza in risposta al discorso coraggioso tenuto dal vescovo J. de Jong (poi cardinale), che aveva pubblicamente condannato con parole taglienti la persecuzione degli ebrei.

Di fronte a me si fermò un'ombra scura. Nella penombra della baracca mi pareva di leggere sui suoi documenti il mio nome "Stern". Lei mi corresse dicendo: Stein. Per me era una persona completamente sconosciuta. In Germania lavoravo come legale e non mi ero mai occupato di problematiche filosofico-religiose. In qualche modo la sconosciuta in nero mi impressionò. Iniziai con lei un breve colloquio facendo arrabbiare i miei colleghi, perché l'uomo del SD (Servizio di Sicurezza) che ci sorvegliava concedeva solo pochi minuti per vittima. Questo fu uno dei pochi casi che mi annotai subito dopo, ecco perché mi ricordo tutti i minimi particolari.

In quel tempo avevo già collegamenti con l'illegalità, così domandai perché non era stato possibile nascondersi nel vasto mondo cattolico. Sapevo che c'erano ebrei che avevano trovato rifugio qua e là nei monasteri. Ella rispose: "Ci eravamo registrate come ebree e la Gestapo aveva minacciato di fare dei rastrellamenti in tutti i monasteri se noi ci fossimo nascoste". Questo mi sembra un voler offrirsi in olocausto. Soltanto dal film venni a sapere che aveva tentato, fino all'ultimo di fuggire in Svizzera con sua sorella. Ma nell'istante in cui salì sull'autocarro per essere trasportata a Westerbork, passando per il campo di concentramento di Amersfoort, deve aver capito che era giunta al capolinea della sua vita. Irradiava una tranquillità commovente e una dignità profonda.

E queste furono le sue ultime parole: "Ci uniamo di nuovo ai fratelli e alle sorelle del nostro popolo nell'ora del bisogno e forse possiamo aiutarli". Ecco emergere di nuovo lo stesso dilemma: il "ritorno al nostro popolo" può significare che lei aveva riconosciuto l'errore del suo battesimo. Mentre l'espressione "forse possiamo aiutare anche altri" può indicare che lei sperasse, in vista della morte, di convertire altri compagni di sventura "salvandoli"...

Quale dei seguenti momenti è da considerare un olocausto: l'arresto nel monastero, il viaggio ad Auschwitz, la morte nella camera a gas? Era forse una martire? Si addossa a questa infelice, piegata su sé stessa, una specie di scusante. Credo che nel profondo del suo cuore, sia stata onesta con sé, ma non fosse in grado di districarsi nel dilemma. Per anni andava predicando in Germania, in aule stracolme, che il destino degli ebrei fosse legato alla maledizione che ricadeva su di loro. Oggi ancora si sente ripetere che ad Auschwitz gli ebrei hanno scontato i loro peccati. Nonostante tutto questo, credo, spero che Edith Stein abbia riconosciuto il suo sbaglio quando si trovò nella camera a gas. Attorno a lei si innalzava ovunque la professione di fede degli ebrei, quella che lei stessa aveva udito nella sua casa paterna e certamente non aveva dimenticato: "Shemà Israel, il nostro Dio è l'eterno, l'Eterno è unico". Edith Stein morì da ebrea e perciò dobbiamo ricordarla nel Jiskor e nel Kaddisch: "Wejitgadal, wejitkadasch...".

Secondo Teste - Julius MARKAN

Relazione degli incontri con suor Teresa Benedetta al lager di Westerbork

Fra i prigionieri appena arrivati il 5 agosto, suor Teresa Benedetta si distingueva per la sua estrema tranquillità e la sua calma. Fra i nuovi arrivati nel lager c'era molto affanno e un'agitazione indescrivibili. Suor Teresa Benedetta circolava fra le donne, consolando, aiutando, tranquillizzando chiunque come un angelo.

Molte madri quasi impazzite avevano trascurato da giorni i propri figli, ed erano vicine alla disperazione. Suor Teresa Benedetta si occupò subito dei poveri piccoli, li lavò, li pettinò e si prese cura di loro nutrendoli e assistendoli. Per tutto il tempo in cui si intrattenne nel lager si occupò amorevolmente del bucato e dell'abbigliamento, lasciando tutti meravigliati.

Alla mia domanda: "Che cosa farà ora?" - ella rispose: "Finora io ho pregato e lavorato, da adesso lavorerò e pregherò".

Terzo Teste - PIET O. VAN KEMPEN

Resoconto della visita al campo di concentramento di Westerbork il 6 agosto 1942

Dopo aver cambiato più volte treno arrivammo alla stazione di Hooghalen circa alle cinque del pomeriggio. Là incontrammo due signori di Venlo, che avevamo già visto durante il viaggio quando prendevamo le coincidenze. Pure loro dovevano recarsi al "lager degli ebrei" a Westerbork. Anche loro erano delegati come noi, dovevano portare degli oggetti ad una certa dottoressa Ruth Kantorowicz per conto delle Orsoline di Venlo. Alla stazione ci dessero che il lager distava circa cinque chilometri da Hooghalen. L'unico mezzo di trasporto per il lager erano degli autocarri adibiti al trasporto della sabbia. Uno degli autisti ci caricò insieme ai nostri bagagli. L'autocarro si fermò qualche metro prima dell'alto recinto di filo spinato, che circondava l'intero lager. Ci presentammo alla polizia olandese che alloggiava in una delle baracche di legno fuori dal lager. Lessero più volte il telegramma, che ci aveva consegnato la Priora. Offrimmo loro sigari e sigarette, cosa che li distrasse assai, così fu possibile instaurare un dialogo amichevole. Inizialmente i poliziotti si irrigidirono. Non sapevamo se si trattasse di membri del N.S.B. (Membri del movimento nazionalsocialista olandese) o se compissero il loro dovere perché obbligati. Dopo esserci spiegati, uno dei poliziotti andò nella baracca, presumibilmente per telefonare al comandante del lager, come io supposi.

Fu chiamato un giovane ebreo addetto a una specie di servizio di ordinanza che fu mandato nel lager con il telegramma. Ci sembrava che i poliziotti olandesi avessero paura degli agenti delle SS. Essi furono meravigliati - o finsero di esserlo - quando sentirono che volevamo fare visita a delle suore nel lager. "Non ci sono suore qui nel lager", dicevano. Ma dopo essersi informati credettero alle nostre parole.

Mentre aspettavamo, eravamo molto tesi. Nel lager tutto era silenzio. Sulle torri di vedetta, lungo il reticolato, avevano preso posto delle guardie con la mitragliatrice. C'era con noi un gruppetto di persone fuori dalla baracca di legno che attendeva insieme ai poliziotti. II giovane ebreo era sparito nella baracca del lager. Gli oggetti erano stati collocati per terra immediatamente vicino a noi. In tasca avevamo una lettera di Madre Antonia per suor Teresa Benedetta. Dovevamo cercare di dare segretamente questa lettera a suor Teresa Benedetta. Fumammo ancora una sigaretta. Quindi il giovanetto ebreo tornò con le due suore. Non conoscevo suor Teresa Benedetta e non avevo mai visto Rosa Stein. Entrambe le suore avevano la stella gialla degli ebrei. Il velo nero era rimboccato sopra la cuffietta. Passarono sotto al portone del lager per arrivare fino alla baracca di legno della polizia olandese. Ci presentammo stringendoci la mano. Era un incontro allo stesso tempo triste e lieto. Le informammo del telegramma e delle cose che avevamo portato con noi.

"La Madre vi ha dato anche un abito?" era una delle prime domande di suor Teresa Benedetta. Entrambe erano grate per i saluti e la preghiera delle loro consorelle del Carmelo di Echt. Sotto gli occhi della polizia potemmo consegnare a suor Teresa Benedetta la lettera della Madre Priora. Ella infilò subito la lettera nel suo abito. Suor Teresa Benedetta ascoltava con molto interesse le ultime novità dal monastero e venne a sapere anche della ripercussione che il suo brutale rapimento aveva causato fra tutti gli abitanti di Echt. Potemmo parlare con lei molto liberamente; il colloquio era molto spontaneo. Rosa Stein era piuttosto silenziosa: non parlava molto. Naturalmente ci interessava sapere - così come a Madre Antonia - cosa era successo a loro, dal momento in cui furono arrestate domenica pomeriggio a Echt. Suor Teresa Benedetta ci raccontò quanto segue:

Dopo la partenza burrascosa dal monastero la domenica pomeriggio, i due ufficiali delle SS (i cui nomi sono rimasti sconosciuti) condussero suor Teresa Benedetta e Rosa all'autoblindo delle SS che era vicino al convento, pronta a partire. Alcune persone sedevano già al suo interno. Da Echt il viaggio continuò fino all'ufficio del comandante locale di Roermond. In quella stessa sera partirono da Roermond due autoblindo della polizia con destinazione sconosciuta. In una di esse sedevano tredici persone e nell'altra quattordici. Dato che il conducente a un certo punto aveva sbagliato strada e suor Teresa Benedetta, non conoscendo la zona, non sapeva dove la cosa fosse accaduta, i detenuti arrivarono alle tre di notte ad Amersfoort. Fino a quel momento la sorveglianza dei soldati tedeschi delle SS era gentile. Nel lager di Amersfoort, invece, il modo di fare dei sorveglianti divenne di colpo irrispettoso e rozzo. I detenuti venivano spintonati con il calcio del fucile e ammassati nei dormitori. Gli ebrei non cattolici ricevettero qualcosa da mangiare. Dopo un "riposo notturno" di poche ore su letti disposti uno sopra l'altro, il mattino seguente il trasporto col carico di ebrei proseguì con treni merci per Hooghalen. Dalla stazione si proseguì a piedi fino al lager di Westerbork. Nel lager suor Teresa Benedetta aveva incontrato diversi conoscenti e anche parenti della sua famiglia. Qui, grazie alla mediazione del Consiglio Ebraico si poteva telegrafare. "Il Consiglio Ebraico era molto disponibile con noi soprattutto con gli ebrei cattolici", disse suor Teresa Benedetta.

Per ordine delle autorità tedesche, nel lager gli ebrei cattolici furono divisi dagli altri. Essi alloggiavano, come suor Teresa Benedetta e Rosa Stein, in una baracca particolare a sinistra dell'ingresso principale del lager. Il Consiglio Ebraico non potè fare di più per loro.

Mentre parlavamo, fumammo delle sigarette. Per ridurre un po' la tensione, offrimmo una sigaretta ridendo anche a suor Teresa Benedetta. Anche lei si mise a ridere e ci raccontò che da studentessa fumava le sigarette e andava anche a ballare.

Suor Teresa Benedetta era estremamente calma e dimostrava di essere padrona di sé. In lei non trapelava alcun indice di paura per il futuro incerto che l'attendeva. Serenamente e abbandonata al suo destino aveva posto la sua vita nelle mani sicure di Dio. Nei suoi occhi chiari splendeva l'ardore della Carmelitana santa, che parlava con voce sommessa, ma taceva sulle sue vicende personali. Anche Rosa Stein diceva di stare bene. L'esempio di sua sorella Edith era per lei di grande aiuto. Al Carmelo di Echt dovevamo riferire soprattutto che indossava ancora il suo abito religioso e che tutti i religiosi erano dieci - volevano conservare il loro santo abito nei limiti del possibile. Suor Teresa Benedetta ci diceva anche che i detenuti erano felici di avere nel lager, insieme a loro, delle suore e dei padri cattolici. Dal punto in cui eravamo, si vedevano anche due suore Trappistine - secondo quanto diceva suor Teresa Benedetta - e alcuni padri tutti con la stella di Davide. Andavano e venivano davanti alla baracca. Nel lager i religiosi erano di grande sostegno per tutti i detenuti che erano stati costretti a rinunciare a tutto. Suor Teresa Benedetta interveniva, dove poteva. Le madri, che erano state deportate con i propri figli, erano letteralmente desolate.

Era una gioia per suor Teresa Benedetta poter aiutare con parole che potessero consolare e con la preghiera. Ripetutamente ci diceva di riferire alla reverenda Madre di non preoccuparsi per lei e per sua sorella Rosa. Esse infatti riuscivano a pregare tutto il giorno. La preghiera doveva essere sospesa solo tre volte per il pasto. Non si lamentava né del cibo né dell'atteggiamento delle guardie del lager e dei soldati. Suor Teresa Benedetta era come immersa in una sfera celeste fatta di profonda fede e di completa accettazione della volontà di Dio. Nella sua quiete profonda, regnava una letizia raggiante. Per quanto tempo dovesse rimanere nel lager, non lo sapeva. Infatti si raccontava che era in arrivo un altro trasporto di ebrei da Amsterdam, per lo meno erano queste le voci che circolavano. Si diceva anche che i prigionieri avrebbero dovuto mettersi in marcia verso la Slesia, considerata la loro patria. Forse sarebbero partiti nella stessa notte oppure il giorno seguente - 7 agosto -. Al lager suor Teresa Benedetta aveva anche sentito dire che i deportati dovevano lavorare nelle miniere di carbone della Slesia. Lei stessa diceva di sapere come si svolgesse il lavoro nelle miniere. Anche nel caso in cui fossero partite, la sua preghiera sarebbe stata sempre al primo posto, in qualsiasi lavoro le sarebbe stato imposto. Voleva offrire la sua sofferenza per la conversione dei non credenti, degli ebrei, dei persecutori accecati e per tutti coloro che non hanno più Dio nel loro cuore. A un cenno delle guardie delle SS la conversazione, durata un certo lasso di tempo, dovette essere interrotta. Stringemmo la mano a suor Teresa Benedetta e a Rosa Stein, che si avviarono velocemente verso il cancello alto del lager. Durante il colloquio non era uscito nessun lamento dalla loro bocca. Erano silenziose, piene di coraggio e molto fiduciose, camminavano così sulla via che le portava alla croce, sembrava quasi che stessero avviandosi a pregare nelle celle del loro convento. Suor Teresa Benedetta si girò indietro ancora una volta chinando il capo in cenno di saluto.

Si aprì quindi il cancello ampio del lager composto da travi di abete in un intreccio di filo spinato. Alle spalle delle due sorelle fu subito richiuso lo steccato di filo spinato. Suor Teresa Benedetta della Croce e Rosa Stein varcarono insieme la soglia della baracca di legno.

Quarto Teste - PIER CUYPERS

Relazione sulla visita del 6 agosto l942 al lager di Westerbork

Arrivammo a Hooghalen alle cinque. Là incontrammo due signori di Venlo inviati dalle Orsoline, per visitare la dottoressa Ruth Kantorowicz. Il lager è situato a cinque chilometri da qui. Avemmo la fortuna di poter viaggiare con un autocarro che trasportava della sabbia.

Davanti al lager, composto da baracche, c'era un piccolo fabbricato dove ci dovevamo presentare alla polizia olandese. Consegnammo il telegramma e subito dopo offrimmo delle sigarette e dei sigari, così ben presto si instaurò una conversazione amichevole. Sembrava che i poliziotti lavorassero contro voglia. In seguito alla nostra richiesta, mandarono un ragazzetto ebreo col telegramma alla baracca dove si trovavano suor Teresa Benedetta e la signorina Rosa. Dopo pochi minuti di pressante attesa, si aprì il cancello alto intrecciato col filo spinato e da lontano vedemmo venire verso di noi suor Teresa Benedetta, in abito religioso color bruno e il velo nero, che camminava accanto a sua sorella. Il rivedersi era allo stesso tempo triste e gioioso. Ci stringemmo reciprocamente la mano e faticammo ad esprimere le prime parole per la gioia che provavamo nel vedere persone di Echt. Ben presto si ruppe il ghiaccio e consegnammo tutto quello che avevamo portato con noi dal Carmelo. Più di tutti gioiva suor Teresa Benedetta perché era grata per i saluti e la preghiera delle sue consorelle. Tutti i biglietti di saluti, come pure la letterina della Madre Priora, sono stati consegnati ancora chiusi nelle mani di suor Teresa Benedetta con la complicità della polizia olandese. Ci raccontò subito che nel lager aveva incontrato molti conoscenti e addirittura parenti.

Il viaggio si era svolto come segue: da Echt si partì con l'autoblindo per il comando locale a Roermond. Alla sera si ripartì con due macchine del pronto intervento; in una vi erano 13 persone, nell'altra 14. Il viaggio passò per Amersfoort, ma, dato che il conducente aveva sbagliato strada, si arrivò solo di notte alle ore 3. Da Echt fino ad Amersfoort i soldati delle SS erano molto gentili nei confronti dei prigionieri. Nel lager di Amersfoort il trattamento era spietato e brutale. Essi venivano spintonati nella schiena con il calcio del fucile e, imprecando, venivano cacciati senza cibo nei dormitori. Con l'intermediazione del "Joodsen Raad" - Consiglio Ebraico - si poteva telegrafare. Il "Joodsen Raad" è molto disponibile, soprattutto verso gli ebrei cattolici. Per disposizione delle autorità tedesche gli ebrei cattolici sono separati dagli altri. Il Consiglio non può fare nulla per loro. Essi sono tutti insieme in una baracca separata.

Suor Teresa Benedetta raccontò tutto ciò con tanta serenità. Nei suoi occhi c'era l'ardore di una Carmelitana santa. Con parole delicate e con rassegnazione raccontava tutte queste avversità, senza lasciare trapelare quello che provava interiormente. Dovevamo riferire, particolarmente al Carmelo, che lei indossava ancora l'abito religioso del suo Ordine e che tutti i religiosi - erano in tutto dieci - volevano continuare a indossarlo nei limiti del possibile. Inoltre raccontò anche che le persone presenti nel lager erano felici di avere fra loro delle suore e dei padri cattolici. Rappresentavano l'unico punto di riferimento per loro che erano stati spogliati di tutto.

Suor Teresa Benedetta si rallegrava di poter aiutare chiunque con le sue parole consolanti e con la preghiera. La sua fede profonda la inondava di un'atmosfera celeste. Di nuovo ci invitò a riferire alla Reverenda Madre che non avrebbe dovuto preoccuparsi per lei e per sua sorella. Potevano infatti pregare tutto il giorno, la preghiera veniva interrotta solo tre volte per i pasti. Non doveva lamentarsi nemmeno del cibo e del modo di fare da parte dei soldati. Per quanto tempo dovesse rimanere nei lager non le era noto. Le avevano raccontato che in quel giorno (7 agosto, un venerdì) sarebbe partita forse per la Slesia (sua patria) ma la cosa non era certa. Anche la signorina Rosa stava bene. Aveva molto coraggio per il futuro. Anche le due ragazze di Koningsbosch sono molto pie e molto fiduciose. Anch'esse trovano, come molti altri, un valido sostegno nell'esempio di suor Teresa Benedetta.

Nel caso in cui lei avesse dovuto andare via di lì, avrebbe messo senz'altro la preghiera al primo posto, indipendentemente dal tipo di lavoro che le sarebbe stato assegnato. Suor Teresa Benedetta ha scritto una lettera. Non sa però, se sia arrivata a destinazione.

Quinto Teste - H. WIELEK

Articolo del 9 giugno 1962 sulla permanenza di suor Teresa Benedetta al lager di Westerbork nell'agosto 1942

"Agosto 1942, Lager di transito per ebrei" a Westerbork: ancora si aspetta tanta gente. Gente? Si tratta solo di ebrei e non rimarranno qui che per poco tempo. Lavoro forzato non è vero? Verranno trasportati "verso Est". Là dovranno lavorare faticosamente, nonostante questo condurranno una vita abbastanza agiata a Est... non era forse apparso un articolo di propaganda in "De Telegraaf" in cui veniva illustrata con tante belle parole la tattica educativa dei tedeschi?...

Era una domenica con un caldo soffocante. Si vociferava che sarebbe arrivato "un gruppo molto particolare". Secondo alcuni si trattava di "medici". "Avvocati", affermavano altri, così improvvisamente ecco di nuovo abitanti di Westerbork: un piccolo gruppo di militari delle SS freme e si agita in modo cinico. E adesso si dice che siano donne e uomini vecchi. Si chiede aiuto ed è anche necessario. Ecco che si deve andare nella "sala di ricevimento" che è lunga e stomachevole. Ma che cosa vedo lì? Alcune monache con una stella "ben visibile cucita sull'abito all'altezza del petto a sinistra". Sono tutte vicine e parlano sottovoce. "Ebbene, ci hanno tirato giù dal letto la notte scorsa. Non sappiamo il perché. Però doveva essere così", dice una delle monache. E un'altra con fare sicuro e tranquillo: "Ma che cosa c'è di male?" e sorride. Questo provvedimento, come seppi più tardi era la risposta dei tedeschi alla Chiesa Cattolica Olandese, che aveva protestato pubblicamente contro la deportazione violenta degli ebrei. Contro la Chiesa in sé non era possibile prendere provvedimenti, ma contro i battezzati con rito cattolico sì. I tedeschi "precisissimi" avevano anche un elenco di ebrei battezzati. Vennero arrestati un po' ovunque e condotti nel lager di Westerbork: facevano parte del gruppo anche le monache carmelitane del Convento di Echt. Dopo alcuni giorni il viaggio proseguì. Lavoro forzato all'Est. Di queste monache non si seppe mai nulla.

Ma una donna mi colpì subito e non potei più dimenticarla - nonostante i molti orribili "episodi" di cui fui testimone - quella donna, col suo sorriso sincero che non era una maschera, ma irradiava calore, è la stessa che forse un giorno verrà beatificata dal Vaticano.

(Segue il racconto della sua vita)

Quando la incontrai nel lager di Westerbork, non sapevo niente di lei e della sua vita. Mi accorsi però immediatamente che si trattava di una grande personalità nel vero senso della parola. Nel caos di Westerbork si fermò solo alcuni giorni, in cui lei si muoveva, parlava, pregava, come... come una santa. Sì era proprio così. Era questa l'immagine di quella donna avanti in età che sembrava essere ancora così giovane, che era proprio assolutamente sincera. "Per piacere", mi supplicò, "per piacere, scriva a Echt di mandare ancora dei rosari".

E mi ricordo ancora quanto mi sembrò grottesca la vicenda: il "Consiglio Ebraico" si occupa di una richiesta simile, scrivendo dal "lager per ebrei" di Westerbork a un convento...

Parlai di questo a suor Teresa Benedetta e lei mi rispose: "Il mondo è fatto di contrasti. A volte è un bene che ci siano. Pensare di mitigarli significherebbe cancellarli e questo non va bene. Alla fin fine, non resteranno tracce di questi contrasti. Rimarrà solo il vero amore. Come potrebbe essere altrimenti?".

Parlava in modo così sincero e sommesso che chi la udiva era costretto ad acconsentire. Cercare di discutere della cosa sarebbe stato come entrare in un altro mondo. In quegli istanti era come se Westerbork non esistesse più. Come considerava la sofferenza degli ebrei? "Non sapevo che gli uomini potessero essere così", mi disse una volta, quando le raccontai una brutalità commessa dalle SS. "E che le mie sorelle e fratelli dovessero soffrire così! Purtroppo anche queste non lo sapevo stando in monastero. Per ore e ore prego per loro. Dio esaudirà la mia preghiera? Certamente ascolterà il mio lamento".

Quando si seppe con sicurezza che sarebbe stata deportata insieme agli altri battezzati, le chiesi chi avrei dovuto informare; qualcuno che forse sarebbe potuto intervenire. Una delle guardie di cui ci si poteva fidare, non poteva forse telefonare a Utrecht? Lei sorrise di nuovo. "No, lasci stare, per piacere lasci stare". Ma per quale motivo si doveva fare un'eccezione per lei o per il gruppo? È forse giustizia trar vantaggio dal proprio battesimo? Se non avesse condiviso la sorte degli altri la sua vita sarebbe stata annientata. Ma adesso no.

E lei camminava pregando verso il carro bestiame, accanto a sua sorella Rosa, divenuta anche lei monaca. E vidi il suo sorriso, la sua forza, la sua incrollabile fermezza che l'accompagnavano verso Auschwitz.

Da "Passione in Agosto"
E. Prégardier e Anne Mohr
Ed. Mimep-Docete - Padri Carmelitani