Opere, pensiero, dottrina di Elisabetta della Trinità

Scrittrice

Suor Elisabetta ci ha lasciato degli scritti di vario genere, anche se è ovvio che ella non è una scrittrice di professione. Neppure ha avuto dei confessori o direttori autorevoli che le imponessero di scrivere su argomenti spirituali o di testimoniare le proprie esperienze, come capitò a Teresa d'Avila o a Teresa di Lisieux. Solo "Ultimo ritiro" sembra le sia stato chiesto da Madre Germana con una certa intenzione, cioè di potersene servire per l'eventuale circolare da spedire ai Carmeli dopo la morte, la cui imminenza era ormai a tutti evidente.

Nonostante che Elisabetta scriva, dunque, occasionalmente, i suoi scritti sono di grande importanza, soprattutto perché contengono un'alta esperienza di Dio e una dottrina spirituale che interessa tutti i cristiani, trattandosi di valori essenziali alla santità.

Elisabetta è molto spontanea e molto "vera" in ciò che redige. Poiché aveva un cuore pieno di tenerezza, apertissimo all'amicizia, umanamente e soprannaturalmente nobili - e specialmente pieno di Dio - i suoi scritti avvincono e interessano il lettore.

Certa la formazione umanistica generale di Elisabetta fu piuttosto elementare e lacunosa. Tutto ciò si riflette negli scritti dal punto di vista dell'ortografia, della grammatica, della redazione in genere. Queste cose non interessano se non gli studiosi; ma paradossalmente non fanno che evidenziare la distanza tra la povertà dello strumento letterario e la ricchezza, anche intellettuale, e della personalità e del messaggio di Suor Elisabetta.

I suoi scritti

Escursioni nel Giura (agosto-settembre 1895).
Diario (1899-90).
Poesie (n. 123).
Lettere (n. 342).
Elevazione alla SS. Trinità (21-11-1904).
Il Cielo nella fede (1906).
La grandezza della nostra vocazione (1906).
Ultimo ritiro di laudem gloriae (1906).

Gli scritti più conosciuti della Beata Elisabetta, che si sono conservati e che tanto ci informano sulla sua dottrina, sul suo modo di vivere e di pensare sono: il Diario, le Poesie, le Lettere e gli scritti: "Il Cielo nella fede" e "Ultimo Ritiro di Laudem gloriae".

Il Diario

Circa il Diario che ella scrisse prima di entrare al Carmelo, di cui abbiamo all'inizio riportato qualche frase e qualche riflessione, gli studiosi ci dicono che si è conservato solo in parte.

Si pensa che quello che manca sia stato eliminato da Elisabetta stessa. Forse è la parte che tratta del rapporto tra lei e la mamma, circa la sua vocazione. Pare che la destinataria sia la stessa sorella Margherita.

Il Diario fu scritto nel 1899-1900. Elisabetta segnala in esso, in modo tutto speciale, le istruzioni e la prediche avute nella sua parrocchia durante le Missioni di quell'anno. Il tono e le finalità sono moralistici; vi si tratta dei "novissimi", della conversione, della penitenza, della tentazione ecc... Sono le tipiche prediche di quei tempi.

Come disposizione di fondo ella rivela il forte desiderio di amare Cristo. Si tratta di un amore forte, appassionato, che richiede la totalità e la donazione di se stessi, di un Amore che vive della consapevolezza di essere a sua volta molto amata. Si fa sempre più forte in lei il desiderio e il gusto dell'adorazione eucaristica.

Questa passione d'amore accende il lei anche la passione per la gloria di Cristo e la salvezza dei suoi fratelli. Le pagine del Diario ci presentano una Elisabetta tutta avvolta da sentimenti di tenerezza filiale, da un amore appassionato per Cristo, cui spera potersi donare un giorno del tutto al Carmelo.

L'ultima pagina fa risuonare queste parole:

"Signore, che la mia vita sia un'orazione continua, che nulla mai possa distrarmi da te, né le preoccupazioni, né i piaceri, né la sofferenza. Che sia inabissata in te, che faccia tutto sotto il tuo sguardo. Prendimi Signore, prendimi tutta intera" (p. 589).

Le poesie

La Beata Elisabetta ci ha lasciato diverse poesie: ne scrisse dai suoi quattordici anni, cioè dal 1894 al 1906, anno della sua morte. Dal punto di vista letterario, dello stile, della tecnica della composizione, non hanno un vero valore.

Ella non aveva certo avuto una formazione letteraria adeguata: le mancavano gli elementi indispensabili per poetare in modo apprezzabile. Tuttavia, poiché la poesia stessa, nel suo fondo, è un colloquio interiore con un essere intensamente amato, sentito come interlocutore vivo e amico, anche quando si tratta di un fatto o di un oggetto, il suo valore va considerato anche sotto questo aspetto.

Da questo punto di vista le poesie di Elisabetta hanno un notevole valore di creazione, che serve assai per conoscere la sua personalità e la sua spiritualità. Ecco la sua posizione:

"I miei versi sono l'eco del mio cuore
e se manca loro l'armonia
o una dolce melodia
vi diranno sempre il mio amore" (Poesia 28).

La poesia mostra, nella persona umana, la capacità di spiritualizzare le cose, di attrarre anche il mondo esterno nel mondo interiore, rivestendolo di luminosità: è insomma una delle espressioni della dimensione spirituale dell'uomo.

Del resto Elisabetta è molto aperta, come si vede anche dalle lettere, alla natura, alle meraviglie del creato. Basta fermarsi, per comprenderlo, ad alcuni versi:

"Non dimenticherò mai
che fu a Carlipa
questo piccolo angolo del mondo,
che composi i miei primi versi".

Oppure, ricordando la sua escursione al bacino di Lampy:

"Ti guardo laggiù nel profondo
della tua voragine, tra il verde
e l'incanto della natura,
o bacino di Riquet.
Com'è bello e riposante
questo paesaggio, mio Dio!
Come vorrei restare qui
dove l'anima si eleva al cielo!"

Queste le poesie dei primi tempi. Dopo qualche anno toccherà tematiche più importanti: ad esempio farà sentire il desiderio molto profondo di entrare al Carmelo.

La vocazione è contrastata, come già si sa, dalla mamma, che le proibisce di parlare con le Carmelitane; questo è per lei un dramma interiore, che caratterizza particolarmente i versi poetici di questo periodo. Quando la mamma le donerà il suo consenso, il cuore di Elisabetta si sente colmo di felicità. Lo esprime in una sua lunga poesia, colma di gratitudine verso la Vergine e il suo Cristo.

D'allora in poi il Carmelo è al centro delle sue composizioni: basta guardare alla poesia "La carmelitana", già citata, che esprime tutto il suo pensiero personale. Varie poesie poi sono scritte per rallegrare una festa al Carmelo, per far gioire una sua consorella, per esprimere la letizia della vita comune: in tutte si sente la tenerezza di un amore vissuto come in una vera famiglia.

Particolarmente profondi sono i pensieri sul mistero che è stato al centro della sua vita mistica: l'inabitazione trinitaria e il mistero della nostra comunione con le tre Persone Divine.

Negli ultimi quattro mesi vissuti nell'infermeria, dedica ben 13 poesie alla Madre Germana, che parlano tutte della ricchezza dell'inabitazione trinitaria e della sua conformazione a Cristo Crocifisso. Il suo amore filiale per questa Madre sembra non avere limiti:

"...Se tu sapessi, Madre, che soave missione
l'Adorato Maestro un giorno m'ha affidato!
Attirarti dal cielo un torrente di grazie
che ti fissi per sempre nel centro dell'amore.
Egli vuole rinchiuderti dentro quella fortezza,
quell'abisso profondo ch'è il pio raccoglimento.
Questo il fiore che t'offrono con tanto grande affetto
le tue due figlioline che sono uno con te".

Le poesie di Suor Elisabetta sono un mezzo indispensabile per conoscerla a fondo, siano esse elevazioni, preghiere, meditazioni sui misteri di Cristo o tenere effusioni verso la Vergine Maria: sono una rivelazione della sua personalità umana e spirituale.

L'epistolario

Elisabetta scrisse molte lettere: l'edizione italiana ne numera 287, oltre ad alcuni biglietti scritti a varie persone: certamente non ci sono rimaste tutte, perché si sa che alcune andarono perdute. Comunque, data la brevità della sua vita, sono proprio un numero considerevole.

Se è vero che nella lettera, nel rapporto vivo e immediato con le persone, si può generalmente conoscere la persona del mittente, quest'affermazione vale in particolare per le lettere di Elisabetta, considerato il suo tipo così affettivo, aperto, bisognoso di espandersi e di comunicare quello che sente dentro di lei.

Si avverte in lei molto bene che è un'anima prediletta, ricca di quei doni soprannaturali che il Signore ama elargire in particolare ad alcuni, e di profonde esperienze. Si avverte che è una persona guidata dallo Spirito Santo alla contemplazione della carità di Cristo, che supera ogni conoscenza.

Sembra che ella senta viva la consapevolezza di dover comunicare agli altri i doni che ha ricevuto: vuole non tenere rinchiuse per sé le sue ricchezze, ma ha bisogno di farne partecipi le persone che ama e che le vivono intorno.

Il contenuto elevato di quello che viene detto nelle sue lettere e il fascino che esse esercitano su chi le riceve, spiega il fatto che siano state conservate con cura: quello che contengono non è certo a livello comune. Le lettere di Elisabetta sono infatti di primaria importanza per la conoscenza del suo messaggio spirituale.

La corrispondenza prima di entrare al Carmelo, con le amiche che vivono nel mondo, ha un contenuto caratterizzato dai ricordi degli incontri avuti, dal racconto di viaggi, di luoghi visti insieme, di persone incontrate, di riunioni festose. Dopo l'entrata al Carmelo, pur conservando il rapporto con le antiche amicizie per quel tanto che è consentito al Carmelo, le sua corrispondenza cambia tonalità.

L'esperienza di Dio Trinità, presente ed operante nell'intimo della sua persona, la porta necessariamente a svelare i segreti di Dio. Nel raccontare questo, conserva la stessa spontaneità e la stessa apertura di cuore del tempo passato, ma l'oggetto dell'attenzione cambia. Basta ad esempio citare quello che scrive alla contessa de Sourdon:

"Amo tanto questo mistero che un pio autore ha chiamato "la discesa dell'amore" e penso che nella contemplazione di esso S. Paolo ha potuto dire: "Dio ci ha troppo amato..."" (L 219).

Ormai tutte le lettere sono su questo piano nettamente spirituale. Interessante in particolare, sotto il duplice aspetto umano e spirituale, le lettere che scrive alla mamma: queste lettere sono sempre più ricche di affetto, di tenerezza e di premure. Seppe confortarla, cercando di portarla verso altezze spirituali, quando la povera donna venne a sapere del terribile male della figlia.

"...Egli mi aiuta a soffrire e mi fa oltrepassare il dolore, per riposarmi in Lui..." (L 272).

E la mamma seppe stare all'altezza della grande prova!

Il Cielo nella fede

Elisabetta, gli ultimi mesi prima di morire, pensò di lasciare un piccolo scritto alla sorella, perché lo conservasse come suo ricordo, dopo la sua morte.

Le due sorelle si erano sempre volute molto bene ed erano cresciute insieme accanto alla madre, condividendo la stessa passione per la musica. Erano di temperamento molto diverso. Margherita aveva sofferto molto per la partenza della sorella al Carmelo; non l'aveva però ostacolata, anzi, alla sua partenza, l'aveva assai aiutata presso la mamma. Margherita, che aveva sposato l'impiegato di banca Giorgio Chevignard, aveva avuto nove figli: la maggiore venne chiamata Elisabetta.

Questo piccolo trattato prese in seguito questo nome ad opera della Madre Germana, cui l'autrice aveva consegnato lo scritto, da consegnare, dopo la morte, a sua sorella. Elisabetta spiega alla sorella la verità di cui ella vive e che capiva essere l'essenza della vita di grazia di ogni cristiano. Non è preoccupata di fare un'opera originale: vuole solo parlare al cuore della sorella, essendo ella stata "ascoltatrice" della Parola di Dio. Si può bene affermare che la sua dottrina non è che la riflessione sulla rivelazione biblica, e dell'esperienza che lei stessa ha avuto di questa rivelazione.

Il breve scritto è strutturato come un ritiro di 10 giorni, con 2 meditazioni al giorno. Il pensiero s'incentra sull'unione di Dio Trinità con l'anima, che tende a diventare sempre più intimo e totale. Al piccolo trattato è stato posto il titolo "Il Cielo nella fede", perché per Elisabetta l'inabitazione trinitaria costituisce il nostro cielo, pur sotto il velo della fede.

Ultimo Ritiro

"Parto con la S. Vergine la sera della sua Assunzione per prepararmi alla vita eterna", scriveva Elisabetta alla Madre Maria di Gesù, la Priora del tempo in cui ella era entrata al Carmelo.

"Nostra Madre mi ha fatto tanto bene dicendomi che questo ritiro sarebbe stato il mio noviziato del cielo, e che l'8 dicembre, se la Vergine mi troverà pronta, mi rivestirà della veste di gloria. La beatitudine mi attira sempre di più. Ormai tra il Maestro e me non si tratta che di questo e tutta la sua occupazione non mira che a prepararmi alla vita eterna" (L 259).

Questo Elisabetta lo scriveva il 14 agosto 1906. Il ritiro durò ben sedici giorni. Quando aveva chiesto alla Madre Priora il permesso di fare questo ritiro, lei stessa le aveva raccomandato di scrivere ciò che lo Spirito le avrebbe fatto intendere. Obbedì al desiderio della Madre, scrivendo ogni giorno quello che sperimentava nel cuore e nella sua anima. Consegnò il plico dello scritto alla Madre Germana giorni dopo, il 24 settembre, avvolgendolo in una carta su cui era scritto:

"Ultimo ritiro di laudem gloriae".

Da quando infatti aveva letto, nella lettera agli Efesini di S. Paolo, che il Padre ci ha destinati a diventare "in laudem gloriae eius", Elisabetta, illuminata interiormente, si appropriò di questo titolo (lasciando laudem all'accusativo, invece di "laus" al nominativo come andrebbe fatto: non conosceva il latino!) e trovò che esprimesse assai bene la sua vera vocazione, tanto da appropriarsene come suo nuovo nome: "lode di gloria della Trinità".

Questo ritiro lo possiamo davvero considerare il suo testamento spirituale. Col corpo che andava a brandelli, guardandosi alla luce dell'eternità, sentiva più chiaramente che mai che la sua esistenza era tutta chiamata dall'alto a diventare questa lode di gloria. Su questo fatto portò in modo particolare la sua riflessione.

La verità che viene man mano esponendo, la sta in realtà vivendo. Da quale sorgente una tale realtà scaturisca, cosa sia necessario per attuarla, quali esigenze richieda, quale sia la sua efficacia nella Chiesa, sono gli aspetti essenziali della sua riflessione. Se nel disegno della salvezza Cristo sulla croce diventa la perfetta lode del Padre, anche ogni suo membro lo può diventare nel suo mistico Corpo. Egli, il Figlio, attrae e conforma al suo mistero di amore. Questa è la teologia esperienziale che Elisabetta vuole donare in questo suo ultimo ritiro: lo stile del Maestro che soffre e muore in croce, deve diventare quello della sua Sposa:

"Essa cammina sulla via del Calvario, alla destra del suo Re crocifisso, annientato, umiliato, eppure così forte sempre, così calmo, così pieno di maestà, che va alla passione per far risplendere la gloria della sua grazia, secondo l'espressione così forte di S. Paolo. Egli vuole associare la sua Sposa alla sua opera di Redenzione e questa via dolorosa dove essa cammina, le appare come la strada della beatitudine, non solo perché vi conduce, ma perché il Maestro santo le fa comprendere che deve oltrepassare ciò che vi è di amaro nella sofferenza, per trovarvi, come Lui, il suo riposo... Dio, chinandosi su quest'anima, sua figlia adottiva, così conforme all'immagine del suo Figlio Primogenito fra tutte le creature, la riconosce per una di quelle che Egli ha "predestinato, chiamato, giustificato" e si commuove nelle sue viscere di Padre, pensando a consumare la sua opera, cioè, a glorificarla trasferendola nel suo regno, per cantarvi, nei secoli senza fine, la lode della sua gloria" (UR).

Sono queste pagine che hanno nutrito tante persone nelle loro aspirazioni verso la santità stessa.