Transito della Beata Elisabetta della Trinità

Introduzione

L'anno dell'Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo 1906, il 9 novembre, nel Monastero dell'Agonia di Gesù e del Cuore Addolorato di Maria, delle Carmelitane Scalze a Digione in Francia, la Beata Elisabetta della Trinità, entra nella vita. Dopo otto mesi di terribili sofferenze finì di consumarsi dolcemente alle sei del mattino. Inizia così la sua missione in seno alla Trinità.

La salute è minata

Tra il giugno e il luglio del 1903 si andò rivelando in lei una terribile malattia. Le diagnosi si susseguirono, come si susseguirono le varie cure.

Elisabetta sorrideva sempre, anche se si accorgeva che il vero male sfuggiva al controllo medico. Solo più tardi si sarebbe capito che si trattava del tremendo morbo di Addison.

I dolori andavano man mano crescendo e lo stomaco si rifiutava di prendere cibo. L'addome le dava l'impressione di essere una tana di bestie che la divoravano. Il corpo s'ischeletriva sempre di più, mentre aumentava il martirio della fame, della sete, del sonno.

Ma anche durante questa sua malattia era perfetta, come prima, nel sopportare tutto con pazienza e sottomissione.

La tentazione del suicidio

Nel 1905 le sue condizioni peggiorarono, per diventare disperate nel 1906. E col dolore fisico crebbe nella sua vita, profondo e lancinante, anche il martirio spirituale. Fu provata fortemente contro la fede in tali circostanze, tanto che un giorno disse alla priora: "C'è da credere che Dio non esista" ma non cedette mai a questa tentazione.

Notte e tenebre erano il suo pane quotidiano. Oscurità e spasimi. Chi la vedeva diceva di vedere in lei, anche fisicamente riflessa, l'immagine del Crocifisso: non sospettava che nella sua anima, come in quella di Gesù al Getsemani e sul Calvario, ci fosse l'agonia dell'abbandono, della solitudine e del vuoto.

Esperimentò tutto questo a un tale grado da sentirsi sospinta interiormente anche verso la tentazione del suicidio. Ma erano quelli i momenti nei quali intuiva di diventare veramente, come aveva sognato in vita: lode di gloria e di attuare il disegno di Amore in tutta al sua pienezza.

Un amore robusto non colorito di rosa

Eppure in quei giorni di grande dolore ebbe la forza ancora, e siamo nel settembre 1906, di scrivere alla mamma:

"Mai il buon Dio mi aveva fatto comprendere come ora, che il dolore è il più grande pegno di amore che egli possa dare alla sua creatura. Vedi, ad ogni nuova sofferenza, bacio la Croce del mio Maestro e gli dico: "grazie, non ne sono degna", perché penso che la sofferenza fu la compagna della sua vita ed io non merito di essere trattata come lui dal Padre suo... Mamma cara, ricevi, alla luce che sgorga dalla croce, ogni prova, ogni contrarietà, ogni modo di comportarsi sgarbato. Oh, digli grazie per me, sono così felice, vorrei spargere un po' di felicità su quelli che amo!" (L 263)

Elisabetta dice che l'amore alla sofferenza nasce necessariamente dalla lunga contemplazione della Passione. Lo afferma in varie sue lettere. Ed appunto perché ella ha contemplato così a lungo il Crocifisso, Gli ha reso con la sua vita una meravigliosa testimonianza. Non c'è in lei davvero nulla di morboso o di romantico, ma solo la Verità che nasce dalla Parola di Dio.

In una lettera ancora rivolta alla mamma, dice:

"C'è un Essere che è l'Amore e che vuole che viviamo "in società con Lui". Oh mamma, è delizioso: egli è lì che mi tiene compagnia, che m'aiuta a soffrire, che mi fa oltrepassare il dolore, per riposarmi in Lui. Fai come me e vedrai come tutto si trasforma." (L 273)

In realtà, guidata dall'insegnamento di S. Paolo, di S. Giovanni e di S. Giovanni della Croce, Elisabetta ha scoperto nelle profondità del mistero della Redenzione, una tale potenza della manifestazione dell'amore del Padre e di Cristo, che ne è rimasta abbagliata. Si è sentita attratta da questo vortice di Amore e nessun altro ideale le si è presentato, che quello di trasformarsi in Gesù Crocifisso. Elisabetta impara da Cristo a soffrire con interiore libertà e con tanta dignità.

Alle sue consorelle del Carmelo diceva che il Signore le chiedeva di soffrire con la dignità di una regina:

"Egli vuole associare la sua sposa alla sua opera di Redenzione e questa via dolorosa dove essa cammina le appare come la strada della Beatitudine, non solo perché vi conduce, ma perché il Maestro santo le fa comprendere che deve oltrepassare ciò che vi è di amaro nella sofferenza, per trovarvi, come lui, il suo riposo." (UR, 5)

Ed ancora: "Se Nostro Signore mi offrisse la scelta tra la morte in un'estasi, o nell'abbandono del Calvario, scriveva, le mie preferenze sarebbero per questa seconda forma, non per il merito, ma per rassomigliargli... Ho l'impressione che il mio corpo sia sospeso e che la mia anima sia fra le tenebre; ma è l'Amore che opera questo. Io lo so e nel mio cuore ne giubilo... Se fossi morta nello stato nel quale la mia anima si trovava in altri tempi, sarebbe stato troppo dolce. È nella pura fede che me ne vado, e lo preferisco. Così rassomiglio di più al mio Maestro e sono maggiormente nella verità."

Viveva il suo martirio come una grazia e un dono, senza ripiegarsi su di sé. Con lo sguardo ai suoi Tre, dai quali riceveva forza e coraggio, col cuore spalancato sul mondo e sulla Chiesa.

Qualche ora prima della morte, mormora tenendo sul petto la croce la sua confessione: "Ci siamo tanto amati". Le sue esequie furono più una festa che un funerale: i sacerdoti e le persone amiche che vi parteciparono affermarono di aver provato, più che cordoglio, dolcezza e speranza.

L'antivigilia era stata udita mormorare:

"Vado alla Luce, all'Amore, alla Vita."